Bernardino Dalponte Capitano e comandante - Il mondo degli Schuetzen

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Bernardino Dalponte Capitano e comandante

Il tirolo e la sua storia > Uomini e genti trentine
"Uomini e genti Trentine durante le invasioni napoleoniche  1796 - 1810"
di prof. mons. Lorenzo Dalponte - Edizioni Bernardo Clesio Trento anno 1984

11) Bernardino Dal Ponte capitano e comandante

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A questo punto della narrazione, volendo ricostruire un panorama storico basato su un'accurata ricerca documentaria, occorre parlare in modo particolareggiato di Bernardino Dal Ponte, perche nei gros­si avvenimenti che sono accaduti tra i1 1797 e i1 1810 non è stato un testimone inattivo, ma vi ha partecipato in prima persona, con un ruolo che per alcune settimane s'avvicina a quello del protago­nista.
Bernardino Dal Ponte nacque a Vigo Lomaso, in Val Giudicarie, e precisamente a Castel Spine, i1 24 febbraio 1772, da Sebastiano e da Domenica nata Ferrari di Poia. Gli furono padrini di Battesimo due zii, Bernardino e Caterina, fratello e sorella del padre.
La sua famiglia ed i1 parentado sono indicati nei documenti dell'epoca come “feudatari viventi di Castel Spine”, uno di quei castelli-fortezza che la Comunità di Lomaso si era data a propria difesa nel primo Medioevo e che poi cedette ai Conti d'Arco, nel 1206, nella speranza di avere in essi un valido protettore.
II Castello, chiamato dapprima Commendone e poi Spineto e Spine, ebbe una storia travagliata, con ripetuti assedi e distruzioni. Venne ripetutamente ricostruito. Subì un gravissimo danno per il terremoto del 1673, tanto che grosse pietre delle mura rotolarono a valle e piombarono sulla Chiesa di S. Lorenzo, danneggiandola gravemente. Fuori della cinta del Castello sorsero delle case rustiche per il personale di servizio, chiamate Barchi o Stallazzi.
Il 10 febbraio 1753, il Conte Emanuele d'Arco, impossibilitato a sostenere i lavori  di riparazione e restauro di cui il Castello necessitava, con un atto steso a  Monaco di Baviera, cedette per 1350 Fiorini annui gli urbari dei Castelli di  Spine, Drena, Penede, Restoro e Castellino ai fratelli Dal Ponte, e precisamente  a don Bernardo, a Giovanni, Domenico, Antonio e Sebastiano, da cui poi traggono  origine diverse famiglie.
Più tardi, verso il 1840, anche in  seguito a frequenti controversie per il pagamento dell'affitto, il castello fu riscattato dalle famiglie Dal Ponte, chiamate comunemente dalla  gente di Vigo “castellani”, non tanto per quel residuo di nobiltà rurale  che portavano con se, ma perché abitavano nel Castello e lavoravano la vasta  proprietà di campi, prati e boschi che lo circondava, fino alle più lontane  località, Ronchi, Fratte e Gazi.
La famig1ia di Bernardino, dunque,  formata da sette fratelli e tre sorelle, attendeva come le altre a11avoro della  campagna, riscoteva le decime delle terre del Castello affittate ad altri e  versava annualmente 1a sua quota in Fiorini al Conte d'Arco.
Bernardino frequentò indubbiamente la  scuo1a del paese, giacche era entrato in vigore il decreto di Maria Teresa che  imponeva ai minorenni, in ogni comunità, 1a frequenza sco1astica. Doveva  funzionare con qua1che discontinuità per 1a povertà di mezzi che non permetteva  supp1enze. Dag1i atti della Comunità di Lomaso appare che una vera “scuo1a  rego1are, dalla meta di ottobre sino alla metà di aprile per alunni dai 6 ai 16  anni compiuti”,è stata istituita più tardi, con una donazione di 800 Fiorini  da parte di don Lorenzo Dal Ponte, arciprete di Smarano, in Val di Non, datata  23 ottobre 1794.
Tra i firmatari accettanti 1a  donazione, come Consig1iere della Comunità, appare Bernardino Dal Ponte,  probabilmente lo zio. La sua firma invece è riscontrabile con sicurezza in  alcuni atti tre anni dopo, nel 1797, come Sindaco della comunità di Lomaso. E’  evidente pertanto che il giovane Bernardino trovo presto consenso e fiducia  nella popo1azione. In quel tempo per un incarico pubb1ico come quello di Sindaco  occorreva aver compiuto il venticinquesimo anno, e 1ui, nel 1797, ne aveva  esattamente 25. Senza dubbio gli giovò i1 fatto di aver in famig1ia lo zio  Sacerdote, che non poté non essere il primo maestro d'un nipote sveg1io,  volenteroso ed intelligente. Non fu questo però il motivo determinante, come si  vedrà.
Sotto i1 profilo culturale, per  quanto riguarda lo stile e i1 contenuto dei pochi scritti, dei proclami e delle  quietanze che di lui restano come Capitano, e da escludersi che abbia  frequentato una scuola superiore, anche se in un rapporto del 10 agosto 1810,  inviato da Trento a Milano al Ministero degli Interni del Regno d'Italia, è  scritto che il Dal Ponte di professione era “notaio e scrivante criminale», cioè notaio e cancelliere  penalista. In realtà più scrivano che notaio. Lo storiografo austriaco Hirn  afferma che precedente­mente alla insurrezione del 1809 egli era “Umgeldeinnehmen”,  esattore delle imposte in quel di Tione.
E che in quel tempo per coprire tali uffici non si richiedevano  studi superiori: per ricevere dall'autorità il diploma relativo bastava essere  in possesso dei normali requisiti «dello scrivere, leggere e far di conto» e dimostrare una certa abilità affaristica.
L'elezione a Sindaco in così giovane  ed e da ascriversi alla stima e alla fama che Bernardino si era guadagnata nelle  lotte contro le invasioni francesi del 1796 e 97, con le quali la sua figura era  uscita dall'anonimato per assumere precisi contorni di personaggio storico.
Verso la fine dell' anno nei Comuni  si rinnovavano gli incarichi, ed in quello di Lomaso la nomina di Sindaco tocco  al giovane Dal Ponte appena rientrato dal servizio militare.
Si e già accennato che in quel tardo  autunno, dopo la cacciata dei Francesi, gruppi di «forestieri italiani», disertori ed avventurieri turbolenti, si erano nascosti sui monti giudicariesi e  scendevano tal volta, specie di notte, per derubare famiglie di case isolate. E  quanto avvenne anche tra le ville del Lomaso, ed i1 Dal Ponte, Sindaco da  qualche giorno, dovette denunciare al Luogotenente di Stenico alcuni fatti  preoccupanti, sollecitando misure idonee sia di difesa che di punizione. E  quanto risulta da tre scritti conservati nella Biblioteca Comunale di Trento che  qui si riportano. Il primo è una denuncia:
«In giorno di martedì 12 dicembre 1797 avanti al Luogotenente  Corradi ecc.!
E comparso i1 signor Bernardino Dal  Ponte sindaco del Lomaso, quale denuncia all'Offizio criminale come che in  questa notte alle ore dodici sia stata assalita la canonica parrocchiale del  Lomaso da tre persone forestiere una delle quali era mascherata, quali dopo aver  chiamato i1 rev. Don Gregorio Bottesi cappellano, sotto pretesto di esserci  bisogno di amministrare l'olio santo a un infermo ferito, gli apri la porta.
Quali persone colle armi alla mana  gli ricercarono i1 denaro e l'argenteria della chiesa, indi dissero di voler  parlare al rev. Sig. Arciprete, con aver picchiato all'uscio, e detto signore  insospettitosi gridò: - aiuto. Gli assalitori se ne fuggirono avendo solo tolti  sei o sette troni al detto Sig. Cappellano».
II secondo è la richiesta di un  intervento immediato da parte del Luogotenente di Stenico in un'annata che ha  duramente provato le popolazioni.
«In giorno di martedì 12 dicembre  1797 in Castel Stenico sono comparsi i1 Nob. e chiarissimo Sig. Dr. Michele de  Prez e il chiarissimo Sig. Giuseppe de Lutti a nome proprio non che delle  vicinie di Dasindo, Vigo e Campo Lomaso ed espongono a S.S. Ill.ma che  l'attentato commesso colla forza alla casa Lutti, quello seguito giorni sono a  Novin pertinenza di Tenno e molto più quello succeduto la notte scorsa nella  canonica del Lomaso, con evidente pericolo di essere spogliata la chiesa  parrocchiale, se per fortuna non concorrevano gli abitanti della poco distante  Villa di Vigo, da questi fatti si deve ragionevolmente temere esposte le  sostanze e vite dei particolari, quindi a diversione di simili disordini  implorano l'assistenza di V.S. Ill.ma acciò sia rilasciato ben parso proclama  acciò ogni particolare debba mettersi sotto le armi in caso di chiamata alle  armi, sotto ben parse pene, cosa, che incuterà anche timore agli aggressori, e  così scansare gli tremendi disturbi, specialmente in questa annata, che  la maggior parte degli abitanti non hanno con che vivere.
Firmati: Prez avvocato anche a nome  della sua famiglia abitante in Campo, Bernardino Dal Ponte sindaco del  Lomaso, Francesco Castagnari sindaco del Banale
Il Luogotenente si è offerto di  informare l'i.r. Consiglio Amministrativo e di procedere a sensi di quanto gli  verrà ordinato.
Firmato: Andrea Corradi Luogot. di Stenico».
Nel terzo manoscritto c'è la risposta  del Luogotenente di Stenico, che autorizza i Sindaci ad agire immediatamente e  con la dovuta energia.
«Proclama d' ordine e comando dell'Ill.mo Andrea Corradi, giudice,  capitano e luogotenente di Castel Stenico e sua giurisdizione.
Per prevenire in avvenire qualunque  attentato di spoglio e per sicurezza delle persone e delle cose, col tenore del  presente, innesivo al sovrano dispaccio, da essere pubblicato nelle forme solite  e luoghi consueti, resta accordata la facoltà ai rappresentanti di cadauna  comunità, sotto loro responsabilità: nei casi semplicemente istantanei e nei  quali non avessero il tempo sufficiente di ricorrere al prossimo comando  militare o a questo uffizio onde implorare la assistenza necessaria e  conveniente, di eccitare il popolo ad armarsi in massa in caso di qualche  attentato, che si volesse praticare da gente fuoruscita ove questa sia in numero  tale, che le ordinarie forze della giustizia non vogliano farle resistenza, nel  quale caso di necessità, onde armarsi a difesa propria, viene accordato l'uso  delle armi; restando però proibito fuori di questo caso, l'uso delle medesime  sotto le comminate pene.
Inoltre si commette, e con tutta  serietà si comanda a condanna persona atta, di essere pronta ad armarsi ad ogni  chiamata dell'i.r. comando militare e di questo Uffizio in caso di bisogno,  sotto pena di talleri dieci per cadauna volta e cadaun contraffacente, oltre  altre arbitrarie.
Castel Stenico li 21.12.1797  A.  Corradi
L'attività di un Sindaco richiedeva  capacità e impegno. II Comune di allora, per le libertà di cui tradizionalmente  godeva da parte dei tolleranti governi vescovili, era una repubblichetta in  minimis con le più svariate funzioni. II Dal Ponte, oltre ad attendere a queste  responsabilità, restò pur sempre il Capitano d'una compagnia di bersaglieri  volontari, e, quando poco dopo i Francesi tornarono a minacciare i confini  meridionali, egli partì immediatamente con i suoi uomini. Dovette convincersi  presto che i due incarichi erano incompatibili e non accettò una seconda  elezione in quel periodo così inquieto. L'anno che seguì, il 1798, fu un anno  abbastanza tranquillo per la nostra terra. Nei primi mesi del 1799 la calma del  paese fu nuovamente minacciata da truppe francesi provenienti dalla Svizzera,  attraverso la Valtellina e l'alta Val Venosta. Siccome però nel frattempo  l'Austria, aiutata dalla Russia, riusciva vittoriosa nella Pianura Padana, i  Francesi si ritirarono dal Tirolo rientrando in Isvizzera; ma nel 1800 la guerra  sembrò tornare ancora.
Di fatto Napoleone aveva sconfitto il  2 giugno a Marengo gli Austriaci ed occupato Milano e aveva spinto le sue  colonne verso Brescia ed oltre. A Tione si rividero dei prigionieri francesi  scortati verso Trento dai bersaglieri. II fronte Sud fu pertanto nuovamente in  agitazione e con le truppe del Generale austriaco Loudon tornarono a formarsi le  compagnie di bersaglieri.
Anche il Capitano Dal Ponte fu  nuovamente presente con la sua compagnia, ora in Val Rendena, ora in Val del  Chiese. Erano i mesi d'autunno, settembre, ottobre, novembre 1800. «Si può  dire che da tre mesi a questa parte - scriveva il notaio Ongari di Rendena  ­siamo sempre stati tra l'incudine e il martello ... In Tione, e contorni sempre  truppe, e bersaglieri ora di viaggio verso Storo, ed ora di ritorno, sempre  carri e muli a condur paglia, legna e fieno».
La minaccia Francese torna a  presentarsi nuovamente dalla Svizzera. II Comandante, Generale Jacques Etienne  Macdonald, partì con tre divisioni da Coira, attraverso il passo dello Spluga,  da Edolo salì con una colonna al Tonale ma non riuscì and andare oltre Fucine,  strenuamente difesa da imperiali austriaci e da bersaglieri. Allora sposto più a  Sud le sue truppe e, mentre una divisione avanzava lungo le montagne del Garda,  un'altra entrò in Val Giudicarie dal lago d'Iseo.
Si tentò di fermarlo, ma inutilmente,  perche la superiorità era schiacciante. II Capitano Bernardino Dal Ponte, dalle  alture di Val Vestino, affrontò ancora una volta con 30 uomini una compagnia  Francese forte di 250 soldati e la obbligo alla fuga. Ma fu solo una piccola  rivincita. Poi il grosso delle truppe francesi e cisalpine travolse ogni altra  resistenza e raggiunse Trento il 7 gennaio 1801. II 9 febbraio, a Luneville, fu  conclusa la pace fra Austria e Francia e il Generale Macdonald ebbe l'ordine da  Napoleone di ritirare tutte le truppe da Trento e dal Tirolo, e di consegnare il  governo del Principato nuovamente al Vescovo. Parve che tornasse finalmente un  periodo di tranquillità per le nostre popolazioni e che la normalità della vita  potesse riprendere.
II Capitano Dal Ponte, che nel  frattempo, sciolta la compagnia, s'era ritirato al suo paese, condivise  certamente le speranze comuni d'un'epoca di pace e pensò bene a se stesso e al  suo personale avvenire.
II 10 agosto 1801 si sposò con una  giovane donna di Fiave, Barbara, figlia del defunto Carlo Zanini. Nel libro dei  Matrimoni della Chiesa di Lomaso è scritto, in latino: “IIl.mus Dominus  Bernardinus, filius defuncti Sebastiani a Ponte, de Castel Spine, alias  Capitaneus militiae austriacae”, premesse ed effettuate le tre prescritte  pubblicazioni in chiesa, non essendosi rilevato alcun canonico impedimento, alla  presenza del sottoscritto parroco Giovanni Tabarelli de Fatis e alla presenza  dei testimoni ... “per verba matrimonium contraxit cum Barbara”.
L'anno dopo, e precisamente il 12  luglio 1802, è indicata la nascita della primogenita Teresa “in Castro  Spinarum”, su, al castello, e al 13 dicembre 1803 quella di Maria Lucia,  battezzata appena nata dall'ostetrica e morta due giorni dopo, il 15 dicembre.
Non risulta che gli siano nati altri figli.
Visse alcuni anni nella sua terra,  incaricato dal Governo Vescovile della riscossione delle imposte e di altre  pubbliche entrate in quel di Tione, ufficio che veniva di norma affidato a gente  riconosciuta integerrima.
Nel 1804 viene ricordato in un atto  del notaio Zambotti di Fiavé, come «Imperialis regius centurius Venatorum  Tyrolensium», Impe­riale regio Capitano dei cacciatori tirolesi.
Ma e nell'anno 1809, cioè durante  I'insurrezione contro i franco-bavaresi proclamata da Andreas Hofer, che il Capitano Dal Ponte diventa uno dei protagonisti delle lotte  e degli avvenimenti che sconvolgono il Tirolo Meridionale. Egli non solo  aderisce immediatamente all'appello di Andreas Hofer, organizzando la sua  compagnia: il prestigio di cui gode e tale ormai che lo porta ad essere il  Comandante di un gruppo di compagnie.
L'autorità bavarese aveva emesso, il  17 aprile, in Val Giudicarie, l'ordine di chiudere a chiave tutti i campanili  perché non si potessero suonare le campane a stormo per la sollevazione della  popolazione. Ma questa insorse egualmente e rapidamente. Già il 21, diverse  compagnie di Nonesi e Solandri, circa 900 uomini, con tamburi e bandiere, sotto  il comando del Maggiore Alessandro Stanchina, erano scese da Campiglio verso  Tione e Condino, ed i picchetti francesi si erano ritirati al di la della Rocca  d'Anfo.
In poche ore si formarono in Val  Rendena quattro compagnie, una grossa compagnia di Giustino e Pinzolo, con gente  di Fisto, sotto il comando di Giuseppe Chesi, un' altra di combattenti di  Strembo e Caderzone con il Capitano Giovanni Bruti, che partirono per difendere  il confine meridionale verso Condino dove erano già accampate alcune compagnie  di Giudicariesi, quelle dei Capitani Bertelli, Colini, Cantonati e Dal Ponte.
Mentre reparti dell'esercito  austriaco sotto il comando del Colonnello Fenner scendevano per la Valle  dell'Adige, numerose compagnie di valligiani insorti avanzavano sulle alture e  lungo i fianchi delle montagne al di qua e al di là del fiume.
Una prima  accanita battaglia ebbe luogo sull'Avisio e si estese sulla riva destra  dell'Adige a Cadine. I Francesi, con il Generale Baraguay d’Hilliers, benché  forti di 10.000 fanti, dovettero abbandonare Trento il 22 aprile, e lentamente  scesero per la Val Lagarina, fer­mandosi in terra veronese sulle alture di  Rivoli. Trento fu occupata nel pomeriggio del 22 dalle truppe del Colonello  Fenner e da circa 10.000 insorti. AI 23 entrò anche Andreas Hofer, che con la  sua compagnia di Val Passiria e con l'ausilio di compagnie trentine, aveva  liberato dai Francesi il Buco di Vela.
Nel giornale di quei giorni, «Ristretto dei Foglietti Universali», che veniva stampato a Trento da  Giambattista Monauni ogni martedì e venerdì, sono pubblicati dei comunicati che  hanno la forma e il contenuto di bollettini di guerra. Nel nr. 34 del 28 aprile,  il Comando militare segnala:
«Fra le compagnie della Valle d'Annone, che con la loro intrepidezza e con il  loro coraggio si sono distinte, merita un particolare elogio quella di Cles,  comandata dal Tit. Sign. Barone Giovanni di Cles, il quale sotto gli ordini del  Cap. Giuseppe Lorenzoni, dopo un vivo Fuoco che durò circa due ore, prese di  assalto Vezzano occupata da numerosa truppa nemica. La sua avanguardia inseguì  poscia il nemico che si era ritirato, lo incalzò sino in Buco di Vela, dove  rinforzato da nuovi sopraggiunti resistette. I forti di Cles sempre intrepidi,  sebbene il nemico Fosse assai più numeroso di loro, lo attaccarono con quel  valore che è proprio dei prodi, e la zuffa divenne terribile difendendosi i  Francesi valorosamente. Ma chi può resistere a bravi animati dal zelo per la  Patria e dall'amore per l'Augusto Sovrano?».
Nel numero seguente, del due maggio,  vi sono altri interessanti particolari per la storia trentina:
“Ai 22 dello scorso aprile,  all'occasione che le truppe imperiali austriache presero possesso unitamente  alla leva in massa di questa città, merita sommo elogio il Sign. Giovanni de  Angeli di Cloz nella Valle di Annone della Massa, il quale ebbe il coraggio di  entrare con due cacciatori imperiali e con due suoi, il primo, in questa nostra  città».
Ed ancora: “I Tirolesi Italiani emular volendo l'eroiche azioni dei suoi confratelli  tedeschi, tosto che le truppe Imp. Regie austriache si avvicinarono al Tirolo  Meridionale, preser le armi per trattare la causa comune della liberazione della  patria ... La massa della Valle di Non, organizzata in compagnie, nella giornata  del 23, si avviò verso Arco per attaccare l'inimico ritirandosi sulle alture di  Nago e Torbole. Alla sparsasi voce di questa meditata impresa, la popolazione di  Arco e villaggi circumvicini, guidata dal Sign. Antonio Mattei, a cui si unì  anche quella di Nago e di Torbole, diede di piglio alle armi, e all'avviso avuto  dal Sign. Capitano Vecchietti, che nella mattina del 24 avrebbe attaccato colla  sua compagnia l'inimico dietro i due rami del fiume Sarca, dove erasi posto dopo  averne tagliati i ponti, li bravi Archesi si portarono verso Nago per coprire  quella sommità e tagliare a norma del concertato la ritirata all'inimico... I  Francesi si ritirarono verso Loppio; in questo luogo, rinforzati da alcune  truppe, obbligarono la massa della Valle di Sole e di Arco a ritirarsi da Mori e  a prendere posizione intorno al lago di Loppio su vantaggiose posizioni».
Di fatto, l'armata francese  difendeva strenuamente e contendeva ogni metro all'avanzata degli imperiali  austriaci e dei bersaglieri, sia nella zona di Mori che sulla collina di Volano.  Qui si lottò con accanimento e con gravi perdite da ambe le parti. Anche a  questo combattimento prese parte A. Hofer con le sue compagnie e per ben due  volte, sia il 24 aprile a Volano, come poi a Pilcante, salvò gli imperiali del  Col. Leiningen da una batosta che poteva diventare catastrofica.
Andreas Hofer, entrato in Rovereto il  26 aprile, fu accolto trionfalmente dalla popolazione e, con l' appoggio di  altre compagnie trentine venute dall'Alto Garda, si spinse fin verso la Chiusa  di Verona. n 27 aprile 1809 tutto il Tirolo, dalle vallate dell'Inn fino al lago  di Garda, era nuovamente libero. Solo che era vinta una battaglia, non la  guerra; questa continuava ancora nel centro Europa e sarebbe presto tornata  anche nel Tirolo.
Napoleone con un' armata, nella quale  accanto a Francesi combattevano Bavaresi, Italiani, Napoletani e 18.000  Spagnoli, aveva incontrato l'avversario austriaco in Baviera sconfiggendolo in  più luoghi.
Vittorioso a Eck mühl,  mentre marciava su Vienna, convinto di avere ormai tutta I'Europa sotto il  tallone, imparti l'ordine di sedare ad ogni costo la rivolta tirolese con  un'armata bavarese dal Nord ed un corpo di spedizione dal Sud.
Allora si rinnovarono le  scaramucce lungo le zone di confine tra pattuglie dell'uno e dell'altro fronte  in attesa dello scontro decisivo. II 13 maggio, a Ponte Caffaro, i Francesi  ebbero 12 uomini morti e alcuni feriti, e furono obbligati a ritirarsi verso  Bagolino. II notaio Ongari, Sergente della compagnia Chesi, descrive così una di  queste mischie: “
.. Poi  abbiam passata la notte con un gran freddo imboscati sul monte sopra Darzo,  perché si credeva, che i Francesi stazionati nella Rocca d'Anfo tentassero  qualche sorpresa. Al 13 maggio il Sig. Capitano Dal Ponte tolse ai Francesi  diversi mobili, stramazzi, paroli, marmitte, oltre il ponte del Caffaro, Ii  condusse in Pieve di Bono, ed avendoli colà incantati li 19 detto, ricavò circa  tr. 600. Ai 15 da Darzo siamo venuti verso il ponte di Storo; al di là io sono  andato a Storo a chiamare il Sig. Capitano Dal Ponte. Dopo tornato al ponte,  siamo andati colla Compagnia a tamburi battenti a Darzo, ed essendo giunto poco  dopo il Sig. Dal Ponte colla sua Compagnia, a tamburi battenti ci siamo  istradati verso il Caffaro ad attaccare il primo picchetto de' Francesi. Dopo un  gagliardo Fuoco i Francesi han dovuto cedere, e ritirarsi alla Rocca;
i Sig. Capitani Chesi e Dal Ponte  colla loro gente sono andati a Bagolino a due ore di notte; ed io con altro son  ritornato a Condino, ed ho avvertito con lettera i Sig.ri Capitani stazionati in  Pieve di Bono dell'attacco seguito, acciò anch'essi si avanzassero in soccorso».
Riferisce inoltre I'Ongari che il 18  maggio
«con il Tenente  Albertini, il Sig. Tirale alfiere ed io, ed il Cavallaro Buganza siamo andati a  Storo, ed abbiamo pranzato dall'oste Stefano Ve1udari in compagnia degli  Uffiziali Dal Ponte, tutti ad una tavola».
Come era prevedibile, arriva l' ora dello scontro fatale.
Il 21 maggio, i Francesi risalirono  in forze, spingendo davanti a se le varie compagnie, che naturalmente cercavano  con ogni mezzo di ostacolare l'avanzata causando loro perdite al Caffaro, tra  Cimego e Pieve di Bono. Si parla di 55 morti e di un gran numero di feriti,  tanto da caricarne 20 carri, mentre i bersaglieri ebbero un ferito e due  dispersi. Ma i Francesi questa volta erano numerosi e risoluti, ed il 22 maggio  giunsero a Tione, obbligando le compagnie a cedere terreno e a ritirarsi di  continuo.
Quelle dei Cappo Belluta e Bertelli  si trincerarono sulle colline di Ragoli, mentre i1 Cap. Dal Ponte si ritira con  i suoi fino a Stenico; poi si porta a Riva del Garda, dove assalì 50 Francesi  ch'erano appena sbarcati da una fusta. Dovettero reimbarcarsi e prendere  frettolosamente il largo «tagliando le soghe e lasciando ivi le ancore». Dalle barche spararono alcuni colpi di cannone senza colpire nessuno; lasciarono  a terra alcuni morti e diversi feriti e due ufficiali prigionieri. Con il denaro  che questi avevano indosso e la vendita delle soghe e delle ancore gli uomini  del Dal Ponte ricavarono tre o quattro crosoni per ciascuno.
II colpo di mano - se non si tratta  del medesimo è uno analogo - colse nel vivo l' avversario forse più che una  perdita di vite umane. C'è una lettera del Capitano Giorgi, comandante la  flottiglia Francese del Lago di Garda, indirizzata alla Municipalità di Trento  l'otto agosto da Riva, nella quale si dice: “Nella giornata del 5 giugno  scorso gli Insorgenti hanno levato due ancore e diverse gomene. Vengo assicurato  che nell'osteria al Sole di codesta città sono state vendute delle gomene”.  II Capitano Giorgi prega quindi il Magistrato di Trento di recuperarle. Questi  risponde in data 11 agosto di aver trovato “una sola gomena”. Al che il  Giorgi, con un secondo scritto del 13, prega di inviarla al Sindaco di Torbole,  essendo spesso in perlustrazione sullago ed aggiunge: “Non manco di  raccomandarmi nuovamente al Magistrato per vedere di rintracciare le altre corde  mancanti che suppongo siano state vendute a Trento”.
Le lettere sono conservate negli  “Atti consolari, No 4003” della Biblioteca Comunale di Trento. In data 17  novembre, il Magistrato, nella persona di Luigi Lupis, capoconsole, si cautela  contro eventuali recriminazioni con il seguente scritto:
“A Chiunque. Da parte del Civico  Consolar Magistrato si certifica a trionfo del vero, che la gomena ricercata dal  Signor Giorgi Comandante la Real flottiglia del Lago di Garda non poté essere  spedita al Sindaco del Comune di Torbole, com'egli accenna, a motivo che la  sponda destra dell'Adige era occupata da Briganti, i quali anche due giorni dopo  entrarono in questa città».
Siccome il motivo di molte ritirate  delle compagnie era dovuto al fatto che finivano non raramente per essere  sprovviste di munizioni, i bersaglieri cercavano, all'occasione, di  impossessarsi delle armi dei nemici caduti o di sorprendere l'avversario e  derubarlo con qualche audace colpo di mano. II Cap. Dal Ponte, da Riva, fece a  questo scopo una sortita contro i Francesi in Val Lagarina e se ne tornò con una  carretta di munizioni, con alcuni buoi e cavalli tolti al nemico.
Verso la fine di giugno il fronte Sud  sembrava concedere ai contendenti un po' di tregua. Da parte tirolese le difese  del confine erano a buon punto e numerose compagnie vigilavano sui punti più  strategici; da parte Francese si sapeva bene che la guerra sarebbe stata decisa  altrove, e precisamente nel cuore della nazione danubiana, e che pertanto non  c'era ragione di forzare la situazione nel Tirolo.
Un avviso stampato in quei giorni a  Rovereto in italiano e tedesco, e firmato dal Comandante Militare del Tirolo,  Generale Barone de Buol, avvertiva i capitani delle compagnie di stare sulla  difesa, di non molestare l' avversario e meno che meno di passare il confine.
Si viveva tuttavia all'erta, perché  la lotta poteva riaccendersi all'improvviso. Da Trento, il 23 giugno, pervenne  nelle valli Giudicarie un ordine del comando austriaco di preparare la  sollevazione in massa di tutti gli uomini dai 16 anni ai 45 e di spedire a  Trento la nota delle armi da fornire agli insorti. Si dove­vano formare quattro  liste degli uomini abili alle armi, ponendo nella prima lista i nubili, secondo  le ultime istruzioni per la composizione delle compagnie.
II 29 giugno furono chiamati a Trento  tutti i Capitani per discutere la situazione. Rientrando poi alle loro basi,  portarono con se l'ordine di licenziare per il momento le compagnie.
Lo stesso Andreas Hofer affrontava  qualche giorno dopo un viaggio di ispezione nelle alte vallate trentine. Era  stato informato che molti capitani non andavano d'accordo tra loro, più per  ragioni di gelosia e di prestigio che per altri motivi, e allora diramò da Fondo  una circolare, in data 4 luglio, con la quale invitava le Pievi della Valle di  Non e di Sole ad inviare a Revò “per le ore pomeridiane del giorno 6, al  palazzo Arsio, un ben parso e patriottico soggetto per discutere affari di somma  importanza». Il 7, si recò a Cles accolto trionfalmente dalla popolazione e  poi raggiunse San Romedio.
Andreas Hofer continuò nello sforzo  di metter un po' d'ordine tra le compagnie dando alcune disposizioni scritte. Da  Mezzotedesco (Mezzocorona) inviò il 7 luglio una lettera al pubblico della Valle  Rendena, con la quale notificava «di aver nominato come Commissario il Signor  Carlo Vigilio di Pinzolo e come Comandante il Signor Cantonati, purché le  popolazioni del distretto ne siano d'accordo». In una seconda lettera,  datata Merano 10 luglio ed indirizzata al Cap. Cantonati “per ordinanza in  tutta fretta”, comunicava: «II sottoscritto Comandante del Tirolo  desidera ed è sua volontà che il Signor Capitano si compiacesse di unire la sua  Compagnia ed occupare i suoi posti ed invigilare sopra i contorni della Rocca d'Anfo.  Finora avemmo ottime nuove, anzi non possono essere più buone, ed in breve si  spera di poter mandare gli stampini e che si aprirà la communicazione con  l'armata imperiale»
Una terza lettera dell'Hofer arrivò  nella notte tra il 16 e il 17 luglio ai Capitani Cantonati, Colini e Chesi con  l'ordine di tenersi pronti “per marciare al primo cenno”.
Ne1 frattempo Napoleone aveva  sconfitto gli Austriaci a Wagram e nell'armistizio di Znaim (12 luglio) imponeva  a tutte le truppe austriache di abbandonare il Tirolo. Il Colonnello Christian  Conte di Leiningen, che le comandava, lasciava Trento il 2 agosto, dando ordine  anche alle compagnie dei bersaglieri di abbandonare gli avamposti della Valle  Lagarina e della Valsugana e di rientrare alle loro case.
Le compagnie rientrarono depresse  e malcontente perché si ritenevano tradite, mentre a Trento, il 2 agosto,  entrava il Generale francese D' Azmayr. La tregua ebbe breve durata, perché una  settimana dopo Andreas Hofer decideva di riprendere da solo la lotta e dopo due  giorni di battaglia, alla testa di 17.000 combattenti contadini, riconquistava  Innsbruck. Ora era lui il Governatore Generale di tutto il Tirolo. Preoccupato  della situazione nel Tirolo Meridionale in mano francese, vi inviava subito come  suo Luogotenente il meranese Giacomo Torggler, che alla testa di alcune  compagnie raggiungeva in fretta Lavis e la periferia di Trento coll'intenzione  di cingere d'assedio la città.
L'ordine di convergere da tutte le  valli su Trento per riconquistare la città raggiunse anche le compagnie  giudicariesi. E’ questo il momento in cui Bernardino Dal Ponte torna sulla scena  come effettivo comandante d'un gruppo di compagnie delle Giudicarie e del Basso  Sarca che egli guida verso Vezzano e Baselga. Volendo preparare un'azione  militare generale per la riconquista di Trento, si recò a Revò, per concertare  un piano comune con i capitani del1a Valle di Non. E da Revò fece pervenire alle  compagnie della Rendena l'ordine di marciare su Trento; ma per il momento non  ottenne ubbidienza. Venne incaricato allora il Cap. Sebastiano Garbini di Schio  di recarsi in Valle Rendena ed assumere il comando di quelle compagnie. Di  fatto, il 15 agosto, il Garbini si presento a Spiazzo con molti suoi  bersaglieri, spacciandosi come Luogotenente di Andreas Hofer in forza di uno  scritto in tedesco, firmato dallo stesso Comandante Supremo, e con l' ordine di  organizzare tutte le compagnie possibili e di marciare poi verso Trento.
Il Garbini chiamò immediatamente i  Capitani Chesi, Colini e Cantonati ed ordinò ai Sindaci e ai Giudici di Stenico,  Tione e Condino di darsi da fare per allestire le compagnie e fornirle delle  necessarie razioni di cibo. Lasciata a Tione la compagnia del Capitano Colini  per la sicurezza della Valle del Chiese, il 21 agosto si recò a Stenico,  accompagnato dalle compagnie Chesi e Cantonati, da dove emise un nuovo ordine  per le comunità della Rendena, di allestire un' altra compagnia di 90 “miliziotti”,  da inviarsi verso Pieve di Bono. Dapprima i Sindaci ed i Consoli si opposero, ma  sotto la pressione del Cap. Colini la compagnia venne poi formata ed inviata al  Sud con il Capitano Polini.
Intanto a Trento la situazione per  i Francesi si faceva insostenibile.
La massa delle compagnie  valligiane premeva ormai sulla città da tutte le parti, da tutte le colline si  sparava, tanto che il comando francese decideva di abbandonare la città e  ritirarsi verso Rovereto, per non correre il rischio d'essere circondato.
Negli atti consolari del 21 agosto  è scritto: “Alle quattro di mattina, su ordine del ministro Caffarelli, la  guarnigione franco-ita­liana si ritirò in ordine e senza rumore da Trento. I  consoli costernati nella città indifesa e circondata da armati senza scrupoli  stettero a consiglio tutta la notte. All'alba inviarono al di là dell'Adige il  procuratore Gerloni con due amici del comandante dei ribelli Dal Ponte per  invitarlo a occupare la città e a stabilire l'ordine interno. Arrivò per primo  il capitano Angeli da Revò con un' ordinatissima compagnia di Anauni, poi il  luogotenente Dal Ponte con la gente delle Giudicarie e di Rendena, onoratissimo  perche il Magistrato civico l'aveva nominato governatore militare di Trento”.
Questa è una breve sintesi del  cancelliere verbalizzante. Vale la pena tuttavia riesaminare nei dettagli quanto  avvenne in quella storica giornata.
Era il 21 agosto 1809. In città la  popolazione viveva sotto il terrore delle operazioni di guerra. II Magistrato di  Trento,
prima di aprire le porte della  città alle compagnie, volle conoscere le intenzioni dei singoli comandanti;  assieme ai Consoli decise di rivol­gersi anzitutto ai capitani delle formazioni  che erano sulla sponda destra dell'Adige e precisamente al Comandante Bernardino  Dal Ponte.
Si stabilì dunque di inviare il  Procuratore Civico Gaetano Gerloni, accompagnato dai Sigg. Giulio Conte Sardagna,  Giovanni Conte Salvotti e Bernardino Agosti, questi ultimi due perché conoscenti  del Comandante Dal Ponte, con l'incarico di felicitarsi anzitutto con lui per i  successi raggiunti, e per invitarlo ad occupare la città, nel rispetto  dell'ordine e della tranquillità pubblica.
A Piedicastello il Gerloni  incontrò dapprima il Cap. Angeli di Brez con la sua compagnia, che gli promise,  a nome del Comandante Dal Ponte, trattenuto per il momento nel suo quartiere di  Cadine, di voler entrare in Trento da amici e di impedire qualsiasi disordine da  parte delle loro compagnie, come di fatto avvenne.
Ancora la mattina del 20 agosto “
i  Tirolesi cominciarono ad entrare in città, seguiti poco dopo dal Signor Dal  Ponte Comandante di quella colonna, il quale portatosi subito dal Magistrato  promise dal canto suo ogni assistenza e  protezione per la tutta di Trento: fu questo il momento che si concepì a favore  di esso le migliori speranze».
Si è già detto che il comportamento  di qualche compagnia lasciava a desiderare e cominciava ad allarmare la  cittadinanza. Un gruppo di insorti era calato inaspettatamente sui mulini di Via  S. Bernardino rubando un grosso numero di sacchi di farina, che consegnarono al  fornaio di Civezzano per avere del pane. La preoccupazione del Magistrato di  Trento era pertanto più che giustificata. Mentre nell'insurrezione del 1796-1797  arrivavano a Trento, dal Nord, via acqua, rifornimenti in viveri e in munizioni  sotto il controllo d'una efficiente organizzazione nazionale, nell'attuale  insurrezione le città e le valli erano spesso sole a sostenere il pesante onere  del vettovagliamento, e quando questo mancava, le compagnie si arrangiavano alla  meglio, ricorrendo anche a ruberie.
AI Magistrato, il Capitano Dal Ponte,  dichiarò ripetutamente di comprendere le sue preoccupazioni, lo assicurò dei  suoi buoni propositi e di sentirsi onorato di assumere il comando militare della  città, e diede ordini precisi per la sistemazione delle compagnie.
Si intesero immediatamente sul da  farsi. Ancora nel pomeriggio apparve un proclama:
“Il Magistrato consolare trova  conveniente nelle attuali circostanze di ordinare quanto segue:
1.   Saranno osservate le leggi  economiche e politiche costituzionali, del che ne verrà tantosto avvertito il  Pubblico a scanso di equivoci
2.   La polizia risiederà nel  Magistrato Consolare, il quale in proposito farà osservare il codice austriaco  riguardante le gravi trasgressioni politiche, il quale codice da parecchi anni a  questa parte trovasi in pieno vigore.
3.   Per il mantenimento del buon  ordine e per la pubblica tranquillità, e specialmente per l'esatta osservanza  del codice suddetto, verrà dal Magistrato eretta una guardia di sessanta o  settanta persone di conosciuta probità e patriottismo, la quale sarà rispettata  dalla truppa, composta dai Patrioti del paese.
4.   Le porte della città saranno  chiuse in tempo di notte e le chiavi resteranno in custodia del Magistrato.
5.   Il Signor Comandante promette  tutta l'assistenza acciò non venghino posti ostacoli ai sovracitati articoli.
Trento, dal Palazzo Civico, li 21 agosto 1809 Luigi Lupis  Capoconsole
Dal Ponte Comandante»
Il Comandante Dal Ponte pose guardie  alle porte della città e ai principali edifici pubblici e con la collaborazione  dei Capitani Conte Sardagna, Crivelli, Zucchelli e Salvotti, da lui stesso  sollecitati, organizzò ancora in giornata un gruppo di cittadini come guardia  civica per la sicurezza e tranquillità della cittadinanza, cosicché già alla  sera erano disponibili 6 compagnie di 50 uomini ciascuna.
Solo che i fatti non corrisposero  alle speranze. Sull'imbrunire arrivarono da Pergine degli insorti con a capo il  Capitano Morelli, gente eterogenea e per nulla disciplinata, che entrò in molte  case minacciando le famiglie con le armi alla mano: voleva di tutto, da mangiare  e da vestire, scarpe, calze, camicie, danaro, razioni di pane e di carne. Per  espresso ordine del Dal Ponte intervenne la guardia civica che ebbe il suo bel  da fare per contenere quella turba scatenata.
Nel frattempo il Comandante Dal Ponte  svolgeva una intensa, febbrile attività. Fece appendere per le contrade  cittadine un suo ordine annunziante «che nessuno debba somministrare cosa  alcuna al militare, se non ha un ordine sottoscritto da esso S.r Comandante, che  'in ogni distretto debbano girar pattuglie di persone probe di notte e di giorno  per allontanare i vagabondi, assassini, impedire ulteriori disordini dei  malvagi, e mantenere la tranquillità; che tutte le Leggi Civili e Criminali  debbano essere esercitate con l'ordinamento giuridico austriaco dell'anno 1805;  e se mai in qualche Distretto non vi fosse Giudice, ne sia eletto uno  provvisorio, che eseguisca gli ordini».
Di sua mana scrisse e poi fece  pubblicare alcuni ordini del giorno e comunicati di informazione, come fosse lui  ormai nel Tirolo Meridionale il Comandante responsabile di un Quartiere  Generale. Ecco il testo di quello che porta il No 45.
“Dietro le notizie qui pervenuteci i  bravi difensori tirolesi sotto gli ordini dell' Imp. Reg. Com. Sup. di tutto il  Tirolo Andrea Hofer hanno il giorno 15 corrente occupato Innsbruck, dove le  truppe francesi ed alliate perdettero 3000 uomini morti sul campo di battaglia e  2000 che furono fatti prigionieri. Il nemico prese una pronta fuga; ed i bravi  tirolesi lo incalzarono di modo che non sapeva dove salvarsi. La nostra perdita  consiste in un migliaio di uomini incirca.
Riguardo le notizie del Tirolo  Meridionale le truppe francesi, che occupavano Trento, dopo un piccolo  combattimento contro le compagnie della Valle d'Annone dirette dal Sig.  Comandante Dal Ponte, abbandonarono non solo quella Città ma ben anche tutto il  Tirolo.
Trento, li 21 agosto 1809.
Dal Ponte  
Comandante nel Tirolo Meridionale.
Queste comunicazioni, il contegno  deciso ed energico del Dal Ponte che manteneva ordine e disciplina nelle  compagnie giudicariesi e nonese ai suoi ordini, la fermezza dimostrata contro i1  Morelli, non solo incontrarono l'approvazione del massimo consesso cittadino, ma  gli accattivarono molte simpatie. Si preoccupò pure di rincuorare l'animo  depresso della cittadinanza, facendo circolare copie d'una lunga pasquinata che  prendeva in giro Napoleone Imperatore.
La situazione in città. tuttavia, per  quei rapidi ed anche improvvisati mutamenti di comando a seconda dell'arrivo o  della partenza delle truppe, non era ne chiara ne facile. Anzitutto per  difficoltà economiche. II Magistrato aveva già informato il Dal Ponte che “Ia  cassa pubblica era esaurita, carica oltresi di un immenso debito presso i  cittadini ch'erano stati sottomessi nei mesi precedenti ad un triplice forzato  imprestito».
Dove  reperire allora il danaro per i1 mantenimento delle compagnie? Tra gli atti  consolari c'è una breve lettera del Dal Ponte, scritta ancora i1 21 agosto,  giorno dell'entrata in città: «Viene da questo Imp. Regio Comando ricercato  all'inclito Magistrato di Trento che gli dia notizia se i Dazi di questa città  vengono riscossi per conto di sua Maestà Bavara». In effetti, lo scalo di  San Martino sul flume Adige, per l'intenso quotidiano passaggio di zattere e  barche, doveva costituire una Fonte d'entrata per la città. II Magistrato  rispose: «In pronta risposta al dispaccio di questo Imp. R. Comando relativo  all'esazione dei Dazi, deve i1 Magistrato dichiarare di non aver giammai avuta  ingerenza in tal potere, che però per quanto gli consta questo scalo di San  Martino dipende come tutti gli altri Dazi del Tirolo dall'ispezione dei Dazi di  Bolzano, ma che essendo questa stata abolita  per ordine dell'I.R. Intendente de Hormayr, possono ora i Capi Ufficiali Daziali  considerarsi in certo modo indipendenti da ogni altra carica esistente in oggi  nel Tirolo. In quanto alla realtà dei Dazi potrà quest'I.R. Comando ripetere  ogni opportuna cognizione dai due impiegati qui rimasti, cioè dal Capo Daziale  Francesco Polidoro e dal suo controllore».
La Cassa Daziale poté fornire al  comando militare 600 fiorini, come prestito. Ma il bisogno per la truppa doveva  essere urgente e grande, se obbligava i comandanti ad elemosinare ogni briciola  come appare da un'umile richiesta rivolta dal Comandante Dal Ponte al  Magistrato: «Viene da questo Imp. Regio Comando ordinato al lodevole  Magistrato di dover somministrare quattro monture complete e quattro paia di  scarpe per quattro persone come richiede i1 bisogno».
C'era pur sempre una situazione  difficile e precaria nel governo della città che si fece ancor più problematica  quando, nel pomeriggio del 22 agosto, arrivarono da Lavis le compagnie tedesche  del Torggler. Questi occupò di prepotenza il Castello ed intima alle compagnie  trentine di allontanarsi dalla città e di lasciare a lui la custodia delle porte  ed al riguardo fece appendere dei manifesti nelle contrade della città.
II Comandante Dal Ponte si rifiuta di  obbedire, ed il Morelli poi fece strappare e bruciare i manifesti del Torggler.  La situazione era tesissima tra le fazioni, ch'erano sul punto di venir alle  mani. Anche il Comandante Stefano de Stefenelli da Fondo intendeva giocare un  suo ruolo personale.
C'erano le compagnie del Dal Ponte,  c'era quella numerosa e spregiudicata del Morelli che pretendeva d'aver  anch'egli diritto al governo della città, c'era la guardia civica agli ordini  del Magistrato ed ora c'era la massa bolzanina del Torggler, che proclamandosi  plenipotenziario di Andreas Hofer pretendeva l'assoluto governo della città, ed  un immediato contributo di 4000 Fiorini: in tutto, una massa di oltre 8000  armati, animati da interessi contrastanti, occupava la città.
Per il momento prevalse l'azione del  Dal Ponte che in un incontro di capi, con l'appoggio del Magistrato Consolare e  dei capitani tedeschi, obbligò il Morelli, dietro un compenso di 200 fiorini e  il fornimento di alcuni indumenti per la sua compagnia, a ritirarsi verso  Pergine.
II Magistrato espresse riconoscenza  al Dal Ponte per questa azione, e gli offerse 200 “crocioni», talleri con  la croce, con la promessa anche d'una divisa nuova da Ufficiale Comandante.
Preoccupava il Dal Ponte il fronte  Sud, sprovvisto di difesa dopo la ritirata dei Francesi. Capiva che la  cittadinanza non poteva vivere sotto l'incubo di un probabile ritorno dei  Francesi. Con danaro ricevuto dal Magistrato accontento le richieste di alcuni  suoi reparti con l'acquisto di vestiario e di scarpe che ovviamente non era  facile trovare a Trento e li fece marciare su Rovereto dove sperava di fornirli  meglio.
Nel frattempo, la brigata del  Colonnello Francese D'Azmayr, che il 22 e il 23 agosto si era ritirata oltre  Ala, entro il vecchio confine di Verona, fece un improvviso dietrofront,  rinforzata d'un battaglione di 300 soldati bene armati ed esperti di guerriglia,  e risalì la vallata dell'Adige rioccupando il 24 agosto Rovereto. II giorno dopo  era a Castel Pietra, dove si scontro con i reparti degli insorti. I Francesi  disponevano di due nuovi cannoni, che dall'alto del colle sparando, “facevano  paurosamente rintronare le montagne circumvicine».
II Dal Ponte, a Trento, stava  lavorando per trovare un accordo con i comandanti tedeschi ai quali non andava a  genio la presenza in città della Guardia Civica. Quando fu informato del ritorno  dei Francesi, interruppe le trattative, partì con le altre compagnie delle  Giudicarie e della Rendena verso Villa Lagarina marciando sulla sponda destra  dell'Adige. I Francesi temettero allora d'esser tagliati fuori e si ritirarono  in fretta a Volano e sulle colline di Rovereto. Nella tarda sera del 28 agosto  il Dal Ponte inviò la seguente missiva al Civico Magistrato di Trento:
“Arrivato in questo momento in  Calliano e alla Pietra rilevai che la truppa e compatta ed assomma a 550 uomini  circa, ma rilevai anche che questo Comune e mancante di pane, carne e che si  trova nell'impossibilità di poter supplire. Quindi di bel nuovo la  rappresentanza comunale di Calliano rinnova a codesto Magistrato domanda acciò  che sul fatto spedisca costà in Calliano Pane e Carne. Riconoscendo anche il  Sottosegnato giusta la domanda della Comunità di Calliano e perché la truppa,  per mancanza di viveri, non si debba ritirare ed abbandonare l'importanti  posizioni della Pietra, vien ordinato a quel Magistrato Consolare di inoltrare  senza perdita di tempo i necessari comestibili. A tal fine viene spedito i1  Tenente Colombi esibitore della presente. Si raccomanda.
Calliano, n 28 agosto 1809, alle ore 10 1/2 di notte, Dall'Imp. Regio Comando  del Tirolo Italiano
Dal Ponte
Campi I.R. Capitano e Com.te Posto. P.M. Dimani, a  mezzo giorno, con la mia compagnia non dubito di essere in Rovereto»
E questa fu la risposta:
“al Comandante Dal Ponte.
Questo Magistrato Consolare non può  desistere dalla resoluzione già ieri partecipata al Sign. Conte Martini, Sindaco  di Calliano, sopra la ricerca di viveri da lui fatta con le compagnie in  Calliano esistenti; giacché ogni comune deve somministrare nel suo distretto  l'occor­rente e Trento, come ben sa il Sign. Comandante, stenta e deve fare ogni  possibile sforzo per supplire al bisogno delle numerose truppe che passano per  di qui. II Sign. Comandante conosce l'impegno che la città ha sempre dimostrato  in questo punto ed Egli ne ha di queste nostre attenzioni le più sicure  testimonianze.
Trento, 11 29 agosto 1809   Luigi  Lupis Capoconsole”
Fu giocoforza guardare al Sud e muoversi in quella direzione,  nella speranza di trovare li gli aiuti necessari, magari impossessandosi dei  magazzini delle truppe francesi.
Fu in questa circostanza che  ancora una volta il Dal Ponte intuì ed organizzo audacemente uno dei suoi colpi  da guerrigliero. Progettò di bloccare la truppa del Gen. D'Azmayr tra Rovereto e  Marco, tagliandogli la ritirata verso Verona ed obbligandolo alla resa.
Dopo aver dato ordini al Capitano  Garbini di trovarsi il giorno dopo con i suoi uomini davanti a Serravalle, scese  nella notte con i bersaglieri lungo la sponda destra dell'Adige, e lo attraversò  a Sud di Mori. Distribuì i suoi uomini sulle alture di Marco, alla località  Varini, lungo la strada che da Rovereto scende verso Ala. Fece loro scavare  sicure trincee dove sistemarsi al momento dell'attacco ed inoltre più a Sud, a  Serravalle, fece aprire una grande fossa attraverso la strada, per bloccare o  almeno rallentare il passaggio delle artiglierie francesi.
Il 29 agosto il Gen. D'Azmayr  ritenne insostenibile la sua permanenza a Rovereto e decise di ritirarsi verso  Ala. Nelle vicinanze di Marco, le truppe francesi si trovarono sotto il tiro  micidiale dei fucilieri del Capitano Dal Ponte, bene trincerati sulle collinette  circostanti. La colonna Francese si difese alla meglio, subì perdite rilevanti e  accelerò la marcia verso il Sud. Solo che a Serravalle si trovò nuovamente  bloccata dalla fossa e dovette arrestarsi mentre gli zappatori lavoravano a  riempirla. Nel piano ideato dal Cap. Dal Ponte questo era il momento in cui i  bersaglieri del Cap. Garbini dovevano intervenire e dalla sponda destra dell'  Adige tenere sotto il loro Fuoco la colonna Francese. Purtroppo il Garbini  disponeva in quel momento soltanto di 16 uomini, alcuni dei quali, per gli  avvicendamenti avvenuti, erano soldati frettolosamente addestrati e avevano  perfino difficoltà a ricaricare i fucili. Fu perciò aspramente accusato di non  esser stato all'altezza delle sue responsabilità e di aver lasciato praticamente  solo il Dal Ponte; diversamente tutta la colonna Francese sarebbe stata fatta  prigioniera o ridotta a mal partito.

Dalle  colline di Marco a Serravalle, la battaglia durò due ore ed i Francesi persero  circa 40 uomini tra morti e feriti. Fu colpito anche uno dei cavalli che tirava  la carrozza dello stesso Generale, tanto che la dovettero abbandonare.  Recuperata poi dai bersaglieri del Dal Ponte fu condotta a Rovereto come trofeo  di vittoria.
II Gen. D'Azmayr riuscì a  disimpegnarsi facendo intervenire i cannoni a mitraglia e i suoi fucilieri e si  spostò rapidamente verso il Sud, fino al Vo' d'Avio, sempre tallonato dai  bersaglieri.
Ai comandanti tedeschi lo scontro  di Serravalle parve uno scacco e ne incolparono il Dal Ponte. Egli, disgustato  di queste critiche, dopo aver ribattuto che loro non avevano mosso un dito per  aiutarlo, e che erano restati comodamente nelle retrovie a guardare, tornò a  Trento lasciando il comando delle sue compagnie acquartierate ad Ala al Capitano  Campi. II Magistrato lo accolse da amico, con effusione sincera, perché in quel  momento si trovava oppresso dalle pretese del Luogotenente Torggler e dalle  minacce di un nuovo sedicente plenipotenziario di Andreas Hofer, il Colonnello  Mohr, ch'era arrivato il 26 agosto con una nuova schiera di combattenti pieni di  prepotenza e aveva intimato al Magistrato di consegnargli 10.000 fiorini. La  confusione era al massimo. II Dal Ponte si lasciò convincere a restare al  comando; accettò dal Magistrato una bella divisa di comandante generale, rientrò  ad Ala concentrandovi un forte gruppo di compagnie trentine, oltre 20, ed inviò  il Capitano Garbini a presidiare Riva del Garda con 800 bersaglieri.
Purtroppo, tra i comandanti  regnava una fredda, profonda rivalità che si manifestava in atti discordi,  stupidamente invidiosi. A differenza dell'anno 1796, in cui una Deputazione di  difesa coordinava energicamente le operazioni delle compagnie lungo il confine,  nel 1809 faceva difetto il comando, che emanava si da un consiglio di guerra con  sede a Bressanone, ma era formato da gente impreparata o ignara di azioni  guerresche.
La rivalità non era soltanto fra  capitani trentini e tedeschi. Anche tra i tedeschi le discordanze erano forti.  II Colon. Mohr, due giorni dopo fu destituito da ogni grado e da ogni comando  dagli altri comandanti tedeschi e allontanato dalla città.
Era un momento particolarmente  difficile e di crisi. Mancava ordine tra i 20.000 insorti. In quell'ammasso  improvvisato di armati, spesso sprovvisti di cibo e di munizioni, la confusione  degenerava talvolta in forme di prepotenza e saccheggi. Ciò che mancava era la  mana di un uomo forte, come appare da un curioso proclama dello stesso  rappresentante del comandante supremo A. Hofer.
«In seguito al dibattito chi sia e  resti veramente il Comandante Supremo, tutti i comandanti si sono dichiarati  d'accordo che il Signor Jakob Torggler, unico inviato e plenipotenziario del  Supremo Comandante Andreas Hofer, ha il comando supremo, anche se i Signori  Stefenelli, Joseph Schweiggl e Dal Ponte, Sottocomandanti e Maggiori della  regione, si oppongono al fatto di doversi attenere agli ordini del comando  supremo; resta però loro concesso di esaminare indipendentemente ciò che torna a  vantaggio della difesa e dell'utilità della patria.
Ciò viene comunicato al Pubblico  per sua conoscenza e tranquillità
Rovereto, 1 settembre 1809
Jakob T orggler
Comandante Supremo del Tirolo  Meridionale.»
Si capisce che l'autorità del  Torggler era più che altro sulla carta e che anch'egli non si raccapezzava più  in quella ingrovigliata situazione.
II Dal Ponte pare non sia stato  impressionato da questo comunicato che era anche per lui un richiamo all'ordine.  II giorno 3 settembre tornò da Ala a Trento, per fare una visita al Magistrato e  farsi vedere con la divisa di vero Ufficiale - quella che gli era stata regalata  - e con una sciabola, che disse di aver levato ad un ufficiale Francese ucciso.  A conoscenza che Andreas Hofer all'indomani sarebbe arrivato ad Egna, consigliò  il Magistrato ad inviargli una deputazione ed a chiarire direttamente con lui il  grave problema d'un unico comando nel Tirolo Meridionale.
Andreas Hofer, da parte sua,  informato a Bolzano della situazione, pensò di porvi rimedio sostituendo il  Torggler e nominando il 4 settembre, come vicecomandante per il Trentino, Giuseppe de Morandell di Caldaro,' con il seguente proclama:
«Dilettissimi tirolesi italiani!  Cari compagni d'arme! Sento con dispiacere che voi foste trattati assai  malamente dalle mie truppe.
Io vi dirigo ora, miei cari e  bravi connazionali e fratelli d'armi, un proclama,  affinché i veri benintenzionati sappiano per l'avvenire, e con mostrare questo  ordine, mettersi in guardia contro i malintenzionati.
II mio cuore sincero, che con voi  tutti pensa lealmente e rettamente, aborrisce le orde dei ladri e i saccheggi,  aborrisce le requisizioni e le contribuzioni ed ogni specie di dispiacere e di  pretensione verso coloro, che portano il peso dei quartieri; nessuna di queste  vili azioni trova luogo nel mio cuore patriottico ...
Inoltre faccio io pubblicamente  nota a tutte le comunità, borghi, ville ed alle mie truppe, che, siccome sono  nati tanti disordini, attesi i molti comandanti che si sono da se stessi intrusi  senz'autorizzazione alcuna; ora in assenza del sottoscritto e stato nominato il  signor Giuseppe de Morandeli di Caldaro nel Tirolo Meridionale in qualità di  comandante legittimo ed autorizzato; ed in conseguenza di non prestar fede a  nessun proclama, ordine, disposizione, o a qualunque altro comando, se questi  non sono sottoscritti dal sunnominato signor Giuseppe de Morandeli , ovvero dal  sottosegnato comandante superiore.
Bolzano, Ii 4 Settembre 1809
Andreas Hofer”
La realtà era che non solo nelle  compagnie trentine si erano infiltrati elementi facinorosi, intenti facilmente a  rubare e a saccheggiare, ma anche il comportamento dei combattenti legati ad  Andreas Hofer era spesso intollerabile, perché entravano frequente­mente nelle  botteghe dei paesi occupati o nelle case dei più benestanti e si facevano  consegnare quello che desideravano senza pagare. II servizio logistico  funzionava a stento e male.
Sintomatico fu lo scontro  all'inizio di settembre a Riva del Garda tra la compagnia del Capitano Chesi,  che con il Garbini teneva il comando della piazza, ed una compagnia di Bolzanini  che preten­devano d'averla loro. Era una mossa del comandante tedesco che mal  tollerava l'autonomia instauratasi nei reparti trentini. Si minacciò di  ricorrere alle armi, ma fortunatamente i Bolzanini cedettero e qualche giorno  dopo se ne partirono.
II Dal Ponte non aveva risparmiato  critiche al comando tedesco, nel quale vedeva grosse carenze di capacità e  d'energia. Si sentiva ora abbastanza forte, non solo perche disponeva di alcune  compagnie Fedeli e bene disciplinate, ma anche perché nella popolazione del  Tirolo Meridionale trovava consensi ad un'azione personale di governo.
Decise allora di assumere  personalmente il comando di tutto il Tirolo Italiano sottraendolo al poco  popolare dominio militare tedesco. Ad Ala e dintorni, su posizioni ben scelte,  aveva sistemato oltre 20 compagnie di bersaglieri e da Ala, il 16 settembre  pubblico il seguente proclama:

AVVISO
“Vedendo tanti disordini,  cagionati nel Tirolo Italiano pel motivo che alcuni comandanti si sono qui  introdotti per soggiogare il vostro amatissimo e fedelissimo comandante  superiore Dal Ponte, e per aggravare questo povero Tirolo Italiano, ma non per  difendere la patria, quindi trovasi questo comando in dovere di ordinare a tutte  le città, borghi e villaggi del Tirolo Italiano di non riconoscere verun  comandante superiore se non che il Dal Ponte, e di non fare somministrazione  alcuna se non verrà firmata dal sunnominato.
Ricordatevi, o cari miei  fedelissimi Tirolesi italiani, che il Dal Ponte vi accerta sulla parola d'onore,  che non ha preso l'armi per soggiogarvi, ne per opprimere le vostre sostanze, ne  per sturbare la quiete del Tirolo, ma solamente per difendervi da quelli che non  cercavano se non di derubarvi le vostre sostanze, la santa religione, e perfino  la vita medesima. Di più vi promette che colla sua autorità saprà difendervi e  far rispettare le vostre persone, case e sostanze, quali tutte verran rispettate  sintantoché il Dal Ponte avrà questo comando.
Orsu dunque, Tirolesi italiani,  il Dal Ponte vi invita a prestare tutta l' assistenza per la difesa della  patria, non che d'eseguire con prontezza qualunque ordine che da questo Comando  vi venisse spedito.
Dall'I. R. Comando ai confini d'Italia.
Dal quartier generale di Ala, li 16  settembre 1809. Per mettere ordine e controllare quei gruppi eterogenei e senza  disciplina che tormentavano il paese.
Dal Ponte”
Era un atto coraggioso e generoso per salvare dal caos la regione.
Chi rilegge il testo con attenzione,  avverte bene il clima drammatico del momento. Era una sfida anche. Per la prima  volta nella storia della terra trentina si affermava un'esigenza di difesa e  d'ammini­strazione autonoma.
II proclama allarmò fortemente i  comandanti tedeschi di Trento e Rovereto che ordinarono ai loro soldati di  toglierlo dalle cantonate, e siccome corse voce che il Dal Ponte fosse in marcia  su Trento, disposero un cordone di armati lungo il Fersina. Inviarono poi della  truppa a Rovereto con l'ordine di disarmare gli ufficiali del Dal Ponte durante  una sua obbligata assenza. Infatti decisero di sbarazzarsi di lui mediante un  tranello al1ontanandolo dal1a sua truppa, perché sapevano ch'era da questa assai  stimato. Per mezzo di una staffetta, la mattina del 19 settembre gli spedirono  una lettera con tutta premura, dove si dichiaravano d'accordo nel lasciargli il  comando del Sud, dovendosi loro ritirare a Bolzano; lo avvertivano che una colonna Francese  stava per forzare il passo del Tonale e che perciò doveva recarsi immediatamente  a Trento a presiedere un consiglio di guerra e prendere le necessarie decisioni  per la difesa di quel passo.
Qui il Comandante Dal Ponte cadde  nella trappola. L'Andreis, suo contemporaneo, gli rimproverò d'aver accettato  immediatamente l'invito ed essersi portato a rotta di collo a Trento, senza  cautelarsi maggiormente; secondo lui, in coerenza con il proclama, sarebbe  dovuto restare nel quartiere generale di Ala e pretendere che gli altri  comandanti si recassero da lui. Solo che il Dal Ponte non era un machiavellico.  Era un valligiano combattente, capace di slancio e di ardimento quando si  trattava di un'operazione bellica. In quel frangente non era all'oscuro di  quanto avveniva oltre i1 confine della Chiusa di Verona, dove i1 Generale Peyri  stava allestendo un'armata per invadere i1 Tirolo, perché, come si è visto,  aveva anche lui i suoi informatori. Pertanto riteneva possibile che i1 Tonale  fosse per primo minacciato.
Arrivò a Trento ancora la sera,  accompagnato dal Cap. Garbini e da una scorta di soli tre uomini. Con i1 suo  aiutante prese alloggio all'albergo Europa, e lì venne arrestato da un grosso  picchetto di bersaglieri tedeschi su ordine di Torggler e de Morandell: un  misero gesto, che tolse di mezzo un comandante capace e coraggioso in un momento  delicatissimo.
Era i1 20 settembre 1809. Fu  disarmato e condotto prigioniero al Castello del Buon Consiglio. “Qual fosse  la di lui sorpresa a questa improvvisata – commenta lo storiografo Andreis - ed  insieme i1 di lui avvilimento è facile pensarlo».
La sua cattura suscitò stupore e  sbigottimento. Come mai un comandante abile, coraggioso ed onesto, che viveva la  vita da campo dei suoi subalterni, veniva arrestato come traditore?
II comando tedesco paventò la  reazione degli ufficiali e dei combattenti delle numerose compagnie agli ordini  del Dal Ponte, temette effettivamente una loro marcia su Trento.
Già nella notte venne posto un nuovo  picchetto di soldati sul ponte della Fersina, a Sud di Trento, per timore che  arrivassero le compagnie del Dal Ponte a chiedere conto del loro Comandante.  Giunsero, il giorno dopo, a Rovereto alcuni suoi ufficiali e furono disarmati  non senza difficoltà.
II Garbini, avvertito in tempo,  riuscì a sfuggire al picchetto che doveva arrestarlo e riparò a Riva del Garda.  Coli venne inviato dal Comandante Torggler il Capitano Angeli di Brez, con 60  uomini, per arrestarlo. II Garbini non oppose resistenza, si arrese il 24  settembre e fu condotto a Trento e quindi a Caldaro, dove era già arrivato  prigioniero il suo Superiore Dal Ponte. Da lì via Merano, tanto il Dal Ponte che  il Garbini, vennero accompagnati ad Innsbruck e imprigionati nella torre detta “Kräuterturm” in attesa del processo.
Per cinque giorni i bersaglieri del  Dal Ponte rimasero tra Ala e Rovereto, incerti ed amareggiati, in attesa di  comunicazioni. E quan­do seppero che i loro ufficiali erano stati disarmati a  Rovereto alcune compagnie si sciolsero abbandonando il fronte Sud e, per il  ponte di Villa Lagarina, s'avviarono a gruppi verso casa, parte verso Riva e  parte lungo la sponda destra dell'Adige, per non incontrarsi con i reparti  tedeschi appostati sulla Fersina. Altre restarono in attesa degli eventi in quel  di Avio.
Il comando Francese a Verona,  ricevuto l'ordine di Napoleone di rimontare l'Adige da Sud, mentre altri  eserciti puntavano su Innsbruck e su Bolzano, raccolse verso la Chiusa di Verona  un'armata di 8.000 soldati, con mezzo squadrone di cavalleria e 9 pezzi di  artiglieria, al comando del Gen. Peyri. Questi, informato che al fronte diverse  compagnie si erano ritirate, entrò con decisione nel Tirolo su tre colonne. Ad  Avio disperse con facilità le compagnie dei bersaglieri che abbandonarono  viveri, salmerie e feriti. Marcian­do sulla sponda destra dell'Adige raggiunse  Rovereto il 27 settembre e al 28 investì Trento, dapprima con la cavalleria e  poi con squadre incaricate di fucilare chiunque incontravano armato. Fu un  giorno di terrore per Trento. Sul ponte di San Lorenzo si fucilarono prigionieri  buttandone i cadaveri nell'Adige, e Lavis, estremo limite raggiunto, fu occupata  e abbandonata al saccheggio della soldatesca.
Nel frattempo, ad Innsbruck, Josef  Daney , sacerdote e padre cappuccino, confidente e consigliere di Andreas Hofer,  interponeva una sua mediazione e raccomandazione in difesa del Dal Ponte. Ma  Andreas Hofer non volle ascoltarlo: da quanto gli era stato comunicato, i due  prigionieri Dal Ponte e Garbini erano in pessima luce, erano solo dei  mascalzoni: «Non parlatemi di simili mascalzoni: sono stati giustamente tolti  di mezzo, hanno tormentato già troppo a lungo i Trentini. Che Comandanti sono  costoro che sanno soltanto derubare la gente?
Farabutti sono! Io non li ho fatti  comandanti»
Non era questa l'opinione del  Magistrato di Trento e nemmeno quella dello Hormayr, il Cornmissario aulico  dell'Imperatore. Per lui il Comandante Dal Ponte era “der Vorzüglichste an  militärischen Einsichten und Bravour, il migliore per capacità militari e  coraggio, anche se non gli riuscì per sua stessa confessione tenere a freno  quelle compagnie di volontari, formate in gran parte da disertori e sfaccendati  che miravano principalmente a riempire i loro vuoti sacchi nelle località  italiane lungo il confine”
Indubbiamente, nel mese di prigionia  il Dal Ponte visse il periodo più drammatico della vita: da uomo d'azione,  onesto e assai sbriga­tivo, alieno dagli intrighi d'una politica insidiosa,  avvertì profonda­mente la amarezza del tradimento e il crollo d'un ideale, per  il quale aveva lottato da quindici anni. Le sue proteste per il momento non  trovarono ascolto. Quando i Franco-bavaresi del Gen. Drouet, il 25 ottobre,  riconquistarono Innsbruck e apersero immediatamente le porte delle prigioni  facendo uscire tutti i detenuti, i due trentini, Dal Ponte e Garbini, si  trovarono inaspettatamente a piede libero. II Garbini sfrutta le prime ore di  libertà per raggiungere la Svizzera, convinto che più tardi l'autorità  franco-bavarese gli avrebbe dato filo da torcere, mentre il Dal Ponte, forte  della sua onestà di com­battente patriota, decise di tornare in patria, non si  sa con quali propositi. Certamente sulla via del ritorno ebbe modo di osservare  i grossi contingenti franco-bavaresi che dilagavano vittoriosi in ogni valle,  nota la stanchezza e il crescente scoramento delle popolazioni, spossate,  stordite dal peso della lunga insurrezione. Forse ebbe altre notizie,  contraddittorie e deludenti sul comportamento del Coman­dante Supremo A. Hofer.  Comprese comunque che per il momento le sorti della resistenza erano disperate e  preferì beneficiare dell'amni­stia proclamata dal Vicere d'ltalia, Eugenio  Beauharnais, come ap­pare dallo scritto del Generale Vial, inviato il 12  novembre dal quartiere militare di Bolzano al Colonnello Gavotti, comandante  della piazza di Trento:
•••  II disarmo procede senza  resistenza ... gli abitanti rientrano nelle loro case e ci mostrano della  confidenza. Voi mi notificaste che il nominato Dal Ponte e il Conte Spaur sono  venuti a fare presso di voi degli atti di sommissione ... “.
Fin dal primo giorno del suo ritorno  da Innsbruck il Dal Ponte ebbe l'ordine dal Comando Francese di Trento di non  allontanarsi dalla sua abitazione, in Campo Minore, che per la sola distanza  d'un quarto d'ora di strada: era agli arresti domiciliari.
II 29 dicembre fu chiamato a Trento  dal Comando Militare per sentirsi intimare “di dover senza perdita di tempo  sborsare 6000 fiorini in pagamento della carrozza ed equipaggio tolti il 29  agosto al Generale d'Azmayr fra Rovereto e Ala da lui e dalla sua gente»
Non si conosce l'esito  dell'ingiunzione; probabilmente non paga nulla, perche era nullatenente. Tra gli  atti della Direzione Generale della Polizia milanese c'è scritto a suo riguardo: “vive in circostanze finanziarie rovinose”. Evidentemente dalla guerra  non aveva tratto alcun profitto, se perfino nel momento più fortunato della sua  carriera il Magistrato di Trento gli aveva “regalato” la divisa da  ufficiale in riconoscenza delle sue prestazioni.
II 17 gennaio 1810 fu condotto  nuovamente a Trento e rinchiuso alcune ore in carcere perché nei giorni  precedenti si era recato a Riva del Garda per affari personali senza i1 debito  permesso. Ma non avendo trovato altro addebito, il giorno seguente i1 Comando lo  rimise in libertà dopo un nuovo ammonimento.
Da allora in poi non fu più  molestato, così almeno dice la cronaca. Aveva lasciato la residenza del Castello  delle Spine ai fratelli, per abitare a Campo Minore dove restò alcuni decenni;  poi passò a Fiave, paese della moglie. Per il servizio svolto gli eran già stati  assegnati dal Governo di Vienna due pubblici riconoscimenti, la grande medaglia  d'oro al valor militare ed una pensione a vita. Ora gli restava la serena  coscienza di aver fatto quello che riteneva il suo dovere: aver combattuto con  tanti altri pro aris et focis, per Dio e per la Patria.
Vi sono ancora due note interessanti  che lo riguardano, la prima di un  avversario e la seconda di un amico. In data 10 agosto 1810, il Barone  Sigismondo de Moll, primo Commissario Amministrativo del Regno d'Italia a  Trento, scriveva, su richiesta, al Ministero degli Interni in Milano:
«Dal Ponte Bernardino, d'anni 38 di  Vigo Lomaso nelle Giudicarie, ammogliato con una figlia, notaro e scrivente  criminale (cioè cancelliere o scrivano penalista N.d.A.), circostanze  finanziarie rovinose, di carattere rissoso ed iracondo, fra i capi briganti però  era quello che manteneva più buon ordine e disciplina. Condotta politica  pessima, morale sufficiente, si eresse da se in comandante supremo del Tirolo  Meridionale, ma non fu riconosciuto in tale qualità dagli altri capi e da Andrea  Hofer. Ora sembra quieto e pentito, abita presentemente a Campo Minore, godendo  di qualche credito nella plebe, potrebbe essere ancora pericoloso se le  circostanze gliene dessero l'occasione”
Non è un giudizio del tutto  lusinghiero, scritto da un amico; ma espresso da un avversario, lo diventa.
L'altra nota è di un intelligente  e leale Sacerdote conterraneo, molto preciso nei suoi scritti, il quale ci  presenta il Dal Ponte in età avanzata, nel 1852, a grande distanza dagli  avvenimenti narrati; è una pagina che getta un fascio di luce determinante per  comprendere la personalità e le intenzioni di questo Comandante.
«Questi due ultimi - il Capitano  Dal Ponte e il Capitano Merighi li conobbi pure io ed ai loro dì si mostrarono  audacissimi, e spesso diedero che fare ai francesi, a cui portavano un odio  cordialissimo, che punto non si spense nella loro tarda ed, in cui solamente io  imparai a conoscerli, e dalla loro bocca ho sentito il racconto delle loro  belligere avventure giovanili. Bastava loro ricordare i francesi, perche si  vedessero quei due vecchi rianimarsi, quei loro occhi tornavano a scintillar di  fuoco, e si rizzavano un'altra volta i loro dorsi un po' ormai curvi, e le loro  labbra tornavano a fremere. Dal Ponte nel 1852, incontrato da me sulla via di  Rotte, essendo caduto il discorso sul colpo di stato eseguito dal famigerato  Napoleone terzo e, sulle paurose cose che si temevano da tutta l'Europa dalla  Francia in quei di, Dal Ponte il Capitano dico, l'ho veduto accendersi contro di  essi francesi con tanto calore, e vigoria d'animo che dando un passo indietro, e  tutto brandito stringendo i pugni dicea fremendo: Codesti francesi sono sempre  lì a voler la gherre, la gherre! Le dico, Signore, che se avessi soltanto  vent'anni meno, mi sentirei i1 fegato anche adesso di misurarmi un'altra  volta, con quegli stomacosi franciosi che non lasciano in pace i1 mondo»
Non ci è restato un ritratto della  sua persona. E’ possibile abbozzare invece un ritratto morale, sulla base di  quanto egli fece e disse. Il lettore, alla fine di questa narrazione, vedrà nel  Dal Ponte i tratti caratteristici di un uomo del popolo, che a capo di un  movimento di resistenza schiettamente popolare opera in base al buon senso. con  la fierezza del montanaro che difende ciò che e suo, deciso e coraggioso fino  alla temerarietà, capace di guardare per primo in faccia al nemico, ricco di  inventiva, geniale nel trovare una soluzione ed una via d'uscita nelle azioni  dei suoi uomini che mai buttò allo sbaraglio; di carattere tenace e, se pur  portato ad eccessi di collera, dall'animo retto e profondamente religioso,  alieno da ogni demagogia, di salute ovviamente robusta come lo dimostra la sua longevità: una limpida figura di combattente, uno  dei capi più rispettati.
Sulla morte di Bernardino Dal Ponte  c'è ancora un breve cenno di don Carli, Decano di Tione, nelle sue “Note  interinali», a pag. 83: “Il Capitano Dal Ponte da Castel Spine di Lomaso,  ardito guerillatore contro i francesi da principio di questo secolo. Visse  assai, morì il 1860, a Fiavè, con esempio assai edificante»
Prima di morire ebbe comunque la  soddisfazione di leggere, certa­mente con qualche commozione, quanto nell'anno  1851 pubblicava la “Tiroler Schützen-Zeitung» di Innsbruck, per la penna del Dr.  Schönherr, direttore responsabile della rivista. Sotto i1 titolo “Galerie  denkwürdiger Verteidiger von Wälschtirol», elenco dei difensori degni di  memoria del Tirolo Italiano, sono indicati 17 comandanti del periodo 1796-1809 e  l'autore dichiara che le notizie riferite a loro riguardo «sono attinte da  fonti sicure e vorrebbero essere un con­tributo per scrivere una vera storia del  popolo tirolese, nella quale la fedetà. e i1 valore dei padri possano ricevere  la lode che meritano».
Nella narrazione precisa e  particolareggiata, in sedici capitoli, rivivono i nomi dei Capitani Marco Zanini  di Fiave, Campi Giuseppe di Cles, Giovanni Battista Sartori di Casotto  (Caldonaz­zo), Ambrosio Villa di Villa Lagarina, Piazza Cristoforo di Ossana,  Francesco Vecchietti di Male, Marco Zorzi di Stenico, Gironimo Bauernfeind di  Trento, Giuseppe Betta di Trento, Giovanni Carlo Guella di Riva, Francesco Dalla  Rosa di Pergine, Giovanni Battista Tecini di Sarnonico, Christian Banal di  Roncogno, Domenico Rocchetti di Trento, Galvagni Carlo di Villa, Bernardino  Guglielmi Dal Ponte che i1 sottotitolo definisce: «ein wackerer Wälschtiroler»),  un coraggioso tirolese italiano.
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