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Seconda invasione francese

Il tirolo e la sua storia > Uomini e genti trentine
"Uomini e genti Trentine durante le invasioni napoleoniche  1796 - 1810"
di prof. mons. Lorenzo Dalponte - Edizioni Bernardo Clesio Trento anno 1984

10) Seconda invasione francese

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All'inizio di dicembre 1796 quasi tutte le compagnie tedesche rientrarono ai luoghi d'origine e vennero sostituite da compagnie trentine. Sugli altopiani di Folgaria e Lavarone si insediarono 4 compagnie della Valle di Fiemme sotto il comando del Cap. Felice de Riccabona; in Val Fredda e Val di Ronchi, fino a Brentonico e a Nago, presero posizione 10 compagnie del Capitano Sebastiani; nel territorio dell'Alto Garda e delle Giudicarie restarono 13 compagnie, come verrà dettagliatamente ricordato in seguito parlando dell' anno 1796.
Dopo la conferenza di Trento, altre comunità a mezzo i loro sindaci si dichiararono disponibili a formare nuove compagnie, purché venissero rifornite di armi. Facevano certamente gola a molti poveri contadini trentini anche i compensi assegnati per il servizio, ma doveva pur esserci un'autentica volontà patriottica se la popolazione, che superava di poco le 200.000 unità, era in grado di formare altre 36 compagnie, per un totale di 10.000 bersaglieri e 1.000 pionieri.
La seguente nota ufficiale a lode di questa disponibilità, a firma  del Barone de Moll, sta a conferma del volontarismo di molti giovani trentini. il Consiglio Amm.vo  informato dello spirito patriottico dei popoli del Distretto Trentino esternato  anche durante I'invasione francese, dei sforzi praticati e dell'assistenza  prestata alle truppe di S.M. Imp. onde sottrarsi al giogo straniero, e  principalmente della risoluzione universalmente presa di volere da qui innanzi a  qualunque costo e colle armi alla mano difendersi contro ogni ulteriore  attentato nemico, si crede in dovere di encomiare non solo li lodevoli  sentimenti, ma di eccitare eziandio nuovamente tutti i popoli del Distretto  Trentino a volere al caso con fermezza e coraggio e con forze unite mandare ad  effetto questa energica risoluzione mediante un sollevamento universale in massa  che renda inutile ogni sforzo nemico” .
Alcune delle vecchie compagnie si unirono all'armata imperiale che  era tornata nella pianura lombardo-veneta, dichiarandosi disposte a combattere  fin tanto che con la liberazione della Lombardia veniva assicurata la completa  difesa della patria. Erano pertanto penetrate anch'esse, all'inizio del 1797, in  territorio lombardo e veneziano, assieme con i soldati del Generale Alwinski che  voleva battere i Francesi a Rivoli e aprirsi la strada fino a Mantova per  liberarla dall' assedio.
Ma il 14 gennaio, a Rivoli, vinse il  genio strategico di Napoleone.
Fu un disastro per l'esercito  austriaco: di 50.000 soldati solo 28.000 si salvarono ritirandosi parte verso i  confini del Tirolo e parte verso la fortezza di Mantova, costretta anch' essa ad  arrendersi il 3 febbraio.
Diverse compagnie di tirolesi trentini che accompagnavano  l'esercito austriaco furono coinvolte nella rotta ed in parte disperse. S'erano  distinte per coraggio nella conquista di alcune trincee le Compagnie dei  Capitani Fedrigoni, Andreotti,
Guella, Fiume e  Garzetta. Un bersagliere di quest'ultimo, di Rovereto, di nome Costa, s'era  impossessato presso Rivoli di un cannone francese, ed un altro, già fatto  prigioniero, era riuscito a liberarsi dalle guardie ed a fuggire.
Dopo la disfatta di Rivoli, il Cap. Garzetta con l'aiuto di due  bersaglieri portò in salvo sulle spalle il Gen. austriaco Lipthay, ferito, -  futuro Comandante supremo del fronte meridionale -- attraverso tutto il Monte  Baldo, con un cammino di 6 ore. Per quest'azione furono loro assegnate medaglie  al valore.
Con l'esercito austriaco in rotta, la maggior parte delle  compagnie, non trovando più sostegno, iniziò una ritirata con ripetuti, aspri  combattimenti, che causarono ai bersaglieri numerosi morti e feriti e la perdita  di alcune centinaia di combattenti fatti prigionieri.
Solo 15 compagnie riuscirono a salvarsi in quella disastrosa  ritirata, e tra queste, 8 ripararono a Primiero. Le quattro compagnie della  Valle di Fiemme, con una marcia memorabile, dalla Vallarsa attraverso  l'altopiano di Lavarone, raggiunsero sfinite quello di Piné; una parte di loro  si unì alle compagnie del Cap. Sighele Antonio Lorenzo, e concorse  validamente a fermare i Francesi a Sover.
In quella ritirata da “si salvi chi puo” due altri Capitani  aggiunsero nuovo onore ai loro impegni, con prestazioni da disperati, il Dal  Ponte e il Composta. Vollero salvare ad ogni costo, il 17 gennaio, il magazzino  di armi, situato ad Arco, avviandolo su mezzi di fortuna verso Trento; poi  accorsero in Val Lagarina dove il bisogno era maggiore, e il 23 portarono in  salvo dalla Chiusa di Verona la cassa del Commissario regionale Teis, incaricato  degli approvvigionamenti.
E’ di quei giorni un rabbioso proclama del Generale Joubert, che su  ordine di Napoleone aveva raggiunto Trento e Lavis ed occupato le alture di  Segonzano. Riguarda direttamente i bersaglieri trentini; porta la data del 15  febbraio ed e redatto in italiano e in tedesco con il seguente testo:
Avvertimento ai  tirolesi” !
“Sono informato che molti abitanti di Trento, Rovereto e delle  località. circumvicine formano delle compagnie e come bersaglieri sono armati  contro i Francesi. II proclama di Bonaparte e le misure che io ho ordinato  contro coloro che vengono trovati con le armi in pugno, non possono essere  sconosciuti. I Francesi sono entrati nel Tirolo coll'intenzione di liberare il  popolo e di fargli comprendere la differenza che esiste tra il loro modo di  pensare e la tirannia austriaca. Sono stati emanati gli ordini più severi per il  mantenimento della disciplina tra le truppe e della pace nel paese. Ma queste  misure di una buona disciplina sarebbero rese vane se gli abitanti di questa  terra già conquistata prendessero le armi contro di noi. Dichiaro perciò che  considero come nemici dei Francesi tutti i padri di famiglia, i cui figli sono  arruolati nelle Compagnie dei bersaglieri tirolesi; saranno imprigionati e i  loro beni confiscati a profitto della Repubblica. Dichiaro che tutti gli  abitanti che si uniscono alle truppe austriache saranno trattati come assassini  e ne darò i più severi esempi nei loro poderi.
Dichiaro infine che concedo una dilazione di otto giorni per  tornare in grembo alle loro famiglie a tutti coloro che hanno preso le armi  contro i Francesi e prometto di condonare il comportamento finora avuto.  Trascorso questo tempo saranno usati estremi rimedi.
L'armata Francese sarà terribile come il fulmine del Cielo. Se  trovo abitanti pacifici, ho l'ordine dal Generale Supremo di avere tutti i  riguardi possibili. Ala, Mori, Rovereto e Trento siete garanti di ciò!
Ho dimostrato che io amo la strada  della mitezza, ma dimostrerò anche che saprò essere feroce contro i malpensanti.
Joubert
Nel Trentino l'effetto del minaccioso  proclama fu avvertito: molti bersaglieri tornarono a casa per non esporre i  familiari alle rappresaglie del nemico. Numerosi altri tuttavia non deposero le  armi nemmeno nei territori occupati dalla armata francese, e diedero inizio ad  una guerriglia che durò fino alla seconda liberazione del Tirolo, che fu  definitiva verso la fine dell'aprile 1797.
Al proclama di Joubert replicò il Cap. Fedrigoni di Rovereto con  uno scritto che fu consegnato da un trombettiere a delle sentinelle francesi.  Diceva:

“Se alcuni abitanti di Rovereto e di Trento e delle regioni  circumvicine hanno preso le armi nelle formazioni dei bersaglieri contro i  nemici della Casa d'Austria, lo fecero per dovere, come i Francesi. Noi siamo  profondamente addolorati del destino toccato ai nostri fratelli che a Trento  furono fucilati senza colpa. II popolo del Tirolo non ha bisogno di essere  liberato dai Francesi. La bontà del suo Monarca e l'amore di patria lo rendono  forte anche nella più grande prova. Come si possono collegare nel proclama, con  le espressioni di amicizia e di gentilezza, le minacce di punire così
severamente le famiglie, i cui figli fanno parte delle compagnie  tirolesi? Ciò può essere solo il diritto del più forte. II servizio dei  bersaglieri per la loro patria è il medesimo delle altre truppe. Non si  lasceranno quindi spaventare dalle minacce; e questa gente non può venir  considerata degli assassini. Noi impegnamo la nostra vita per la patria e per  l'Imperatore con eguale coraggio come i Francesi per la loro libertà ed  eguaglianza.
II Comandante di Divisione Fedrigoni.
II Generale Joubert rispose alla  lettera del Fedrigoni indirizzando il suo scritto al «Tenente Feldmareseiallo  Fedrigoni, Comandante di Divisione dell'armata imperiale». Era all'oscuro che  presso i bersaglieri anche poche compagnie costituivano una divisione, e che  pertanto Fedrigoni era solo il Comandante di un reparto di compagnie e il suo  titolo corrispondeva a quello di Maggiore. Insisteva comunque sul fatto che in  guerra non si può aver riguardo di combattenti che non sono contrassegnati da  una uniforme. In realtà. i bersaglieri, da principio, non avevano alcun  distintivo; poi fu prescritta una coccarda di verde chiaro sul cappello, un  colletto verde e un risvolto verde alle maniche per i tiratori scelti,  Scharfschützen, e di color rosso per i fucilieri. L'Imperatore Francesco II  aveva inoltre ordinato che venissero chiamati secondo il nome del Generale da  cui dipendevano, perché in caso di prigionia fossero rispettati e trattati  secondo il diritto delle genti. Allora, dapprima vennero chiamati «Laudonische  Schützen», dal nome del Gen. Laudon, solo quelli della sponda destra dell'Adige  che erano sotto le sue dirette dipendenze, ma in un secondo tempo ricevettero  questo titolo tutte le formazioni.
Durante i primi mesi dell'inverno  la situazione militare rimase stazionaria. Fino al 20 marzo il fronte restò  fermo, segnato per una lunghezza di 85 Km dalle difese del Tonale, Male, alle  alture di Molveno, Andalo, Fai, Zambana, S. Michele, Segonzano, Primiero.
Napoleone aveva sconfitto nel  frattempo un potente esercito austriaco guidato dall'Arciduca Carlo, e si era  aperto così la strada per Vienna portando la sua armata a Klagenfurt, ove ora  attendeva l'arrivo della colonna del Gen. Joubert da Trento. Ricevuti rinforzi,  il Gen. Joubert attacco S. Michele e il Monte Corona, conquistando Faedo e  Cembra. A Ceola, la compagnia dei bersaglieri di Vipiteno si sacrificò tutta nel  tentativo di fermare i Francesi: subì 12 morti, ebbe molti feriti e diversi  cacciatori furono fatti prigionieri e condotti fino in Francia. 32 morirono  lungo il viaggio o in prigione; gli altri vennero rimessi in libertà nella tarda  estate.
II fronte cedette alla pressione  francese, e Joubert avanzò verso Salomo ed Egna, dove si incontrò con i soldati  che, rotta ogni resistenza nell'alta Valle di Cembra e occupato Cavalese,  rientravano attraverso il Passo di San Lugano in Val d'Adige.
II 23 marzo, il Gen. Joubert con  20.000 uomini entrò in Bolzano, preceduto da tre fanfare e 200 tamburini. II 25  era a Bressanone. II 2 aprile, a Spinges, incontra oltre 5000 montanari decisi a  tagliargli la strada per la Pusteria. Ne sorse uno scontro ferocissimo che costa  ai Francesi quasi 1500 morti tanto che lo stesso Joubert ebbe ad esclamare  furibondo : «Maledetti tirolesi ! Maledetti contadini! A Rivoli non ho avuto  tanti morti come a Spinges»3.
Nel frattempo il Gen. Loudon dal  Meranese e dal Sarentino premeva su Bolzano, con 10.000 uomini, in gran parte  montanari che, dalle alture di Gries,  causarono ai Francesi oltre 1600 morti, obbligandoli a ritirarsi dalla città  verso Bressanone.
II 5 aprile i primi dragoni del  Gen. Loudon raggiunsero Chiusa, il 6 aprile circa 10.000 «Loudonische Bauem»  entrarono in Bressanone, abbandonata dall'esercito Francese che si ritirava  attraverso la Valle Pusteria per raggiungere Napoleone a Lienz nella Carinzia.
II 7 aprile, Loudon era di ritorno  a Bolzano. II 9, da Salomo, rivolge un proclama che comincia con le parole:

«II Generale Maggiore Barone di  Loudon. Ai popoli del Tirolo Italiano! Tirolesi italiani! E’ giunto il tempo di  dar prova del vostro valore,  della vostra fedeltà, ed attaccamento al Sovrano, di sostenere li vostri  diritti, la vostra Religione, di difendere li vostri figli, e le vostre  sostanze. Io sono quì a prestarvi assistenza, donatemi la confidenza vostra;  come in me la riposero con ottimo successo li vostri Concittadini Tedeschi, ed  armatevi come quelli, che vi accerto l'inimico non potrà resistere alle vostre  Deliberazioni. La natura medesima ha posto nel vostro Paese una barriera  insuperabile all'orgoglio degli Oppressori, prevaletevene dunque, che questo è  il momento più opportuno, ed armatevi in massa, andate intrepidi contro  l'inimico, che non saprà resistervi, fate risuonare dall'alto delle vostre Torri  il segno della vendetta. Le mie Truppe instancabili nelle fatiche vi porgeranno  soccorso, ed assistenza, voi concorrete con queste non solo ad allontanare dalle  vostre contrade l'inimico, ma bensì a spegnerlo, e distruggerlo interamente. Non  tardate a seguire li miei consigli, e suggerimenti, e dimostrate a tutto il  Mondo, che le Armi di qualunque sorta, che saprete adoperare, sono terribili al  pari dei fulmini del Cielo per punire li calpestatori della Religione, gli  spogliatori dei diritti, e delle sostanze altrui, ed uno stuolo di gente, che  portò la desolazione per tutta l'Europa. Non v'intimorite, e donate una perfetta  non curanza a quelli de' vostri Concittadini, che o pusillanimi, o male  intenzionati, non vorranno prestarsi ad un'opera, a cui siete tenuti per dovere  verso il Sovrano, per l'amore verso la Patria, e finalmente per la conservazione  di Voi medesimi.
Dal Quartier Generale di Salorno li  19 Aprile 1797
Loudon Ec.
II 10 aprile i dragoni del Capitano Neipperg entrarono in Trento,  mentre un reparto prendeva la via per Cadine.
La ritirata del Generale Joubert, attraverso la Val Pusteria, fu  seguita nel Tirolo meridionale da quella del Generale Francese Serviez,  comandante della piazza di Trento. Dopo aver perso metà del suo contingente di  soldati in duri scontri nel tentativo di ostacolare l' avanzata del Gen. Loudon,  fu costretto a ritirarsi verso Verona e, attraverso le Giudicarie, verso  Brescia. Grande fu la gioia del popolo per la liberazione del Tirolo  Meridionale. Tra le molte testimonianze sono indicative le espressioni del  rappresentante la città di Arco, Dott. Luigi Marcabruni, in una lettera del 24  aprile al Dipauli:

«Questi nemici senza Dio, questi insaziabili briganti delle  campagne non sono più quì; il loro soggiorno è stato questa volta più lungo, è  stato insopportabile, ci hanno molto profondamente umiliati; la loro perfidia e  la loro avidità furono enormi. Non credo che i turchi commettano azioni così  ignomignose».

Anche nel Veneto, in più province,  insorsero e vinsero i contadini.
Nel giorno stesso in cui veniva  firmato a Verona l'armistizio, la popolazione veronese, con l' aiuto di truppe  veneziane, aggredì i Francesi, causando loro 300 morti e facendo 500  prigionieri.
Tranne pochi elementi “illuminati” e di mentalità giacobina, le  popolazioni, soprattutto quelle dei ceti umili e modesti, guardarono ai Francesi  come invasori da cui liberarsene al più presto. Le belle parole di “Libertà,  Eguaglianza, Fratellanza” restarono solo parole, se non divennero amare  esperienze.
Per l'ulteriore difesa del Tirolo italiano, dopo che ne fu  completata la liberazione, vennero formati due battaglioni di bersaglieri sotto  il comando dei Capitani von Graff e Sighele, ognuno di 5 Compagnie. Un terzo  battaglione di riserva fu organizzato in Valsugana con il Capitano Ceschi.
Nelle zone di confine, per gli sconvolgimenti creati dai ripetuti  passaggi di truppe amiche e nemiche e gli inevitabili disagi imposti agli  abitanti, ci volle qualche tempo per mettere ordine. Gli abitanti della Vallarsa  ebbero a lamentarsi per le intemperanze della Compagnia Guglielmi Dal Canton,  che era li stazionata ed era formata in gran parte da rifugiati politici delle  regioni venete. La Compagnia fu presto ritirata, e dalla Deputazione di Difesa  di Bolzano venne proibita da allora in poi l'assunzione in servizio di  stranieri. Va fin d'ora ricordato che la presenza di questi stranieri divenne un  grosso problema per i1 Tirolo Meridionale. Si trattava nella quasi totalità. di  «emigrati», di giovani che avevano disertato l'esercito franco-cisalpino o che  volevano evitare la coscrizione militare. Non mancava tra loro purtroppo anche  qualche criminale che varcando i1 confine tirolese sperava di sfuggire alla  giustizia.
La gente da principio ebbe comprensione per questi «emigrati» e  pertanto fu loro facile trovare rifugio ed ospitalità in terra trentina. Molti  di loro, per aver titolo ad una residenza e beneficiare del compenso dato ai  combattenti, avevano chiesto ed ottenuto l'iscrizione nelle compagnie dei  bersaglieri. Ma quando queste rientrarono ai loro paesi, cominciarono le  difficoltà per «emigrati». Si trovarono soli, senza lavoro, abbandonati a se  stessi. Allora qualche gruppo di questi sbandati si arroccò sulle montagne del  Lago di Garda e sulle colline del Cogorna in Giudicarie ed inizio a varcare il  confine alla ricerca di mezzi di sussistenza, facendo razzie e scendendo  talvolta anche nei paesi vicini per rifornirsi di cibo e di vestiario,  commettendo autentici atti di banditismo.
A Trento ci si preoccupò immediatamente del problema. In data 5  maggio 1797, d'ordine del Consiglio Imp. Regio Amministrativo, a firma Cavalcabò  e Alberti, fu diramato a tutte le comunità. i1 seguente avviso:

“Volendo in tempo provvedere a quei pregiudizi e conseguenze  funeste che allo Stato derivare potrebbero dalla tolleranza di vagabondi e  forestieri, che senza legittimi recapiti e passaporti, si vanno introducendo in  questo distretto nelle attuali presenti critiche circostanze dai paesi  limitrofi, si ordina e severamente si comanda a tutti i singoli Capi Famiglia  che fossero per ricevere in alloggio persone forestiere, non suddite del  Distretto Trentino, a dover quelle indicare entro lo spazio di 24 ore alla  Superiorità locale, sottopena di Ragnesi 20 ... “

Alla fine di maggio perveniva al Consiglio Amministrativo da parte  del Barone Pizzini, Sindaco di Riva, una nota che proponeva di “allontanare  dagli Stati di sua Maestà li vagabondi e li forestieri non muniti dei necessari  recapiti”.
II diritto d'asilo era comunemente sentito come qualche cosa che  non si poteva rifiutare a coloro che “fuggivano i torbidi insorti negli stati  limitrofi”. Si intervenne con un nuovo ordine del Consiglio Amministrativo:
... Ad evitare che la linea di  demarcazione venga turbata e che l'uno o l'altro Corpo dei Forestieri Immigrati  dalla limitrofa provincia italiana oltrepassi il confine calando nelle limitrofe  province italiane ... si ordina:
lmo. Tutti gli Immigrati ... non potranno assolutamente dimorare  nei villaggi e nelle vallate del Tirolo prossime al confine e dovranno quindi  ritirarsi, quelli che sono nella Valle di Sole, nella Valle d'Annone, e quelli  che sono nelle Giudicarie, Val Rendena, Valle di Ledro e altri distretti di  confine, nel tratto di paese lungo il fiume Sarca e que' contorni.
2ndo. Neppure in quei tratti di Paese loro assegnati potranno  attrupparsi, ma dovranno vivere quieti e tranquilli, e astenersi da ogni  illecita unione e attentato ... »

Per il momento questo preoccupante fenomeno fu controllato e  contenuto. Dieci anni dopo assumerà proporzioni maggiori nel territorio  trentino, e sarà comodo al Comando Francese fare di ogni erba un fascio e  colpire le compagnie dei bersaglieri tirolesi con un unico nomignolo, quello di  “briganti”.
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