Cronistoira giudicariese 1809 - Il mondo degli Schuetzen

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Cronistoira giudicariese 1809

Il tirolo e la sua storia > Uomini e genti trentine > cronistoria giudicariese 1796 - 1809
"Uomini e genti Trentine durante le invasioni napoleoniche  1796 - 1810"
di prof. mons. Lorenzo Dalponte - Edizioni Bernardo Clesio Trento anno 1984

12) Cronistoria giudicariese 1809

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Iniziò con burrascose giornate di neve e soprattutto con il presentimento che il 1809 per le popolazioni sarebbe stato un anno tristissimo di paurosi e tragici sconvolgimenti. Nello scacchiere europeo, le compagne di Napoleone contro le varie coalizioni s'erano conduse ancora vittoriosamente ma dopo battaglie sanguinosissime. Nella primavera del 1809 l'Austria, alleata dell'Inghilterra, si preparava ad una nuova guerra contro Napoleone che in quel momento era al vertice della sua potenza. Aveva creato un impero che si estendeva dalla Spagna alla Russia, obbligandolo però a mantenere truppe da per tutto con una frequente, vasta ed impopolare mobilitazione di soldati.
Il numero dei disertori del Regno d'Italia, che varcavano il confine e cercavano rifugio nelle valli trentine, aumentava di mese in mese. Le cronache dell'epoca, nel registrare nei primi mesi dell'anno il continuo passaggio di truppe italiane e napoletane verso il Nord, accennano ripetutamente a queste diserzioni. A Trento, a fine marzo, in un sol giorno, 17 giovanissimi soldati disertarono vendendo cavalli ed armi per aver un abito civile e qualche soldo.
La gente trentina accettava la loro presenza, li chiamava semplicemente “emigrati” senza emarginarli, memore delle relazioni di lavoro e di commercio tra il Tirolo meridionale e il Lombardo-Veneto da dove i più provenivano. Non si nascondeva, tuttavia, una certa inquietudine nel vedere che i1 numero di questi clandestini andava crescendo.
Verso la fine di febbraio l'autorità franco-bavarese cercò di aver ragione di questi emigrati con un improvviso colpo di mano. Pattuglie armate girarono all'improvviso per i villaggi e in particolare nelle osterie, sorprendendo qualche malcapitato che non aveva le carte in regola.
Le apprensioni crebbero quando i parroci delle Pievi furono sollecitati ad avvertire il popolo che il Re Massimiliano doveva, purtroppo, introdurre la coscrizione militare, limitata però ai giovani nubili dai 18 ai 25 anni, che non erano necessari all'agricoltura e all'artigianato. Grande fu lo stupore e lo sgomento tra le tranquille popolazioni tirolesi. All'udire queste comunicazioni, la reazione popolare scoppiò in dimostrazioni di protesta, e diversi parroci fu­rono per primi insultati e minacciati.
Per capire questa unanime ribellione, occorre ricordare che alla fine del secolo XVII gli eserciti erano formati nella quasi totalità da mercenari, gente considerata fallita e disperata sotto più aspetti, che per poco danaro vendeva se stessa. La vita militare era vista come una schiavitù e per questo il popolo tirolese nutriva un'atavica av­versione alle armi, guardava con antipatia all'esercito e considerava un'offesa la proposta di entrare in un servizio che, fra il resto,durava otto lunghi anni.
Lo spirito antimilitarista delle pacifiche e libere popolazioni trentine veniva espresso in quei giorni da una canzone conosciuta dalla gioventù d'ogni valle:
Battaglia di Segonzano
“Serrate ben Le porte
Che no entra pu nessun;
Serrate ben Le porte
che no entra el battaglion.
El battaglion l'è 'n Franza,
Con tutti iso' soldati ;
Noi siam deliberati
Da questa schiavitù.
E Milano è così bella,
E Venezia è isolata,
Tutti i va all'armata,
I Trentin no, e poi no!”
Era un modo anche questo per  esprimere quel “nazionalismo, se così può dirsi, istintivo delle plebi dei  paesi vassalli” che “trovò il proprio movente soprattutto nella reazione  alla tassa del sangue, che la coscrizione e l'incessante guerreggiare  napoleonico richiedeva ad esse” .
Non era mancanza di virtù militari,  perché i giovani bersaglieri daranno prova di coraggio, di resistenza e  abnegazione nella difesa della loro terra, ragione di vita e di libertà. Era il  servizio che per i più non andava, quella brutta “naia” alle dipendenze di gente  spesso ottusa e violenta.
Il governo bavarese, che non era  all'oscuro dei preparativi di Casa d'Austria per una ripresa delle ostilità  contro Napoleone, fu allarmato da queste reazioni ed intervenne con la forza in  Val di Fiemme, ad Axam vicino ad Innsbruck, in Val di Non, per imporre  l'osservanza della coscrizione. Da Brescia fu chiamato a Trento un contingente  Francese di rinforzo, che sostò il 6 e 7 aprile in quel di Tione.
La leva militare fu imposta con il  terrore, con scudisciate ai renitenti e con deportazioni, ma il governo ebbe  poco da rallegrarsi con le reclute tirolesi, perché, dopo breve tempo, un terzo  dei richiamati, e in qualche reparto anche la meta, disertarono e si nascosero  con facilità sui loro monti.
Il malumore popolare, i risentimenti  e l'insofferenza di vasti strati della popolazione erano al colmo: bastava una  scintilla per far scoppiare la sommossa.
Inoltre, specie  nelle vallate altoatesine e del Noce, in Val di Fiemme e in Val di Cembra, gli  animi erano eccitati da una propaganda segreta, assai bene organizzata da  Vienna, che puntava su una insurrezione della massa popolare. Si moltiplicavano  le voci che l'Austria avrebbe ripreso presto le armi contro la Francia, ed in  realtà l' Arciduca Carlo, fratello dell'Imperatore e capo supremo dell'esercito,  stava organizzando, da quattro anni, nelle terre tedesche un esercito di oltre  100.000 combattenti.
A metà aprile, dal “Regio Bavaro  Giudizio Distrettuale di Tione” si fece pervenire ai Comuni delle Giudicarie un  avviso che documenta il timore dell'autorità bavarese per una imminente violenta  reazione popolare: “Si ode per forse vicina un'invasione degli austriaci e che  della Truppa Francese possa ritirarsi per queste parti. Onde alleggerire a  questi sudditi il peso e le conseguenze di siffatti movimenti, se dovessero aver  luogo e per tener lontani possibilmente i disastri che sovrasterebbero queste  popolazioni, si crede questo R. giudizio in obbligo di prescrivere in queste  difficili circostanze alcune norme”, e con queste raccomandava di rispettare  le truppe francesi che dovessero ritirarsi, di salvaguardare in simile occasione  ad ogni costo “la buona condotta del popolo delle Giudicarie”, di non  immischiarsi in atti di guerra e non turbare la quiete pubblica, per non  rendersi responsabili e “meritevoli del più severo castigo”.
Nonostante questi ammonimenti, quando  giunse notizia, ai primi di aprile, che un esercito austriaco era entrato dalla  Carinzia in Val Pusteria, l'insurrezione popolare  esplose e si estese rapidamente a tutte le valli del Tirolo Settentrionale e  Meridionale. Le compagnie di bersaglieri si formarono dappertutto e marciarono  rapidamente per affrontare il nemico e cacciarlo fuori dai confini.
A Trento il Conte di Welsperg  pubblicò un ultimo drammatico appello ai popoli del Circolo dell'Adige:  “Avvertimento ai Popoli del Circolo  dell'Adige!
Trento ha veduto oggi avanti le sue  mura sparger il sangue di due vittime del delirio: due contadini di Segonzano,  condannati dal Consiglio di guerra ad esser fucilati, subirono oggi la morte dei  ribelli ... State attenti all'inganno che vi tende il nemico. Siate sordi alla  voce di seduzione. Restate tranquilli, non ascoltate le voci dei nemici del  vostro Re. Voi siete sudditi del Re di Baviera e aiutando l'esercito austriaco  divenite traditori e quindi punibili con la morte.
Regio Bavaro Commissario del Circolo  dell'Adige
Trento, 17 aprile 1809.   Giov. N ep. Conte di Welsperg”
L'appello non trovò ascolto. La volontà di liberarsi dall'invasore  conquistò rapidamente le classi popolari sia delle valli che delle città. Nelle Giudicarie un soffio di  ribellione e liberazione parve ravvi­vare le comunità, che con prontezza e  spirito di sacrificio formarono in tutta fretta i primi quadri. Vennero forzate  le porte dei campanili per suonare le campane a distesa e salutare i primi  combattenti di passaggio. Perfino nelle chiese si tornò immediatamente  all'antica liturgia, a dir messa anche sugli altari laterali, a cantar vespro  alla domenica. Si nutriva speranza che da Vienna arrivassero presto gli aiuti  necessari di armi per le compagnie in formazione, e soprattutto di danaro; per  il momento fu deciso dai Consigli di valle che nella prima settimana fossero le  singole comunità a sostenere i propri com­battenti assegnando un fiorino al  giorno.
Intanto l'esercito austriaco era  giunto il 20 aprile fino a Lavis, dove ebbe luogo il primo sanguinoso scontro  con i Francesi, che si estese dalla borgata fino alla riva destra dell'Adige.  Tre giorni dopo entrava a Trento i1 Generale Fenner con la truppa ed una massa  di 10.000 insorti, mentre il Generale Francese Baraguay d'Hilliers si ritirava  con la sua divisione verso la Chiusa di Verona.
Quando una settimana dopo si constatò  che tutto il Tirolo era libero da soldati stranieri, si decise di sospendere la  mobilitazione dei bersaglieri e di rimandare le compagnie ai luoghi di  provenienza.
Ma in maggio i Francesi con il  Generale Rusca risalirono in forze preponderanti lungo la vallata del Chiese, e  questa volta agirono con feroce brutalità conducendo via dai paesi le persone  più influenti e fucilando all'istante chi veniva trovato in possesso di armi.
La gente, impaurita, si rifugiò nelle  baite della montagna, e si trovò nell'impossibilità di continuare la raccolta  della foglia dei gelsi per i bachi da seta che si dovettero poi buttar via. Con  ciò se ne andava persa la prima modestissima indispensabile entrata dell'anno.
Per un po' il fronte si stabilizzò  presso Lardaro: a Sud i Francesi, a Nord le compagnie dei bersaglieri. Nel  frattempo, per un miglior coordinamento ed impiego delle compagnie di  combattenti, fu costituita, a Croviana di Male in Val di Sole, una “Imperial  Regia Direzione di Difesa” che faceva giungere in Val Giudicarie anche degli  “stampini”, cioè dei bollettini di guerra con comunicazioni al popolo da parte  del Comandante Supremo Andreas Hofer. Si voleva sostenere il popolo nella sua  lotta informandolo di quanto avveniva altrove ed in particolare delle vittorie  che ovunque si riportavano contro i Francesi. Dalla copia d'uno stampino, datato  Male 4 giugno 1809, si può farsi un'idea di come si cercasse di incoraggiare gli  animi alla resistenza e tener alto il morale degli insorti, segnalando “per  comune notizia e consolazione” notizie anche particolareggiate ma non  corrispondenti alla realtà degli avvenimenti.
“Si affretta ad annunziare al  pubblico queste notizie pervenute per mezzo di corriere ai Signori Generali  Comandanti e per mezzo del Signor Capitano Steiner Comandante della massa in  Pusteria comunicate al Magistrato della città. Oggi, 17 maggio (1809) arrivò a  S.M.S. l'Arciduca Giovanni un corriere spedito dal Quartier Generale di Sua A.  Imper. l'Arciduca Generalissimo Carlo colle seguenti notizie: L'Imperator  Napoleone ai 19 e 20 c.m. valicò coll'intera sua armata, alla quale aveva unite  tutte le sue forze, il ramo maggiore del Danubio e occupò l'isola Loban ... S.A.  Imperiale l'Arciduca Generalissimo stabilì sul fatto d'incontrarlo e di non  impedirgli il suo passaggio per poi attaccarlo e farlo pentire della temeraria  sua impresa. Tra i più lieti evviva, fra mille acclamazioni in evviva all'ottimo  nostro Imperatore e con la vittoria scolpita nel cuore, Le nostre colonne  andavano ad incontrare il nemico, che si avanzava ai 21 alle 12 di mezzo giorno  per attaccarci, e la battaglia incominciò subito dopo le ore tre.
Napoleone stesso comandò quest'  attacco, cercando di rompere i1 nostro centro con tutta la sua CavalIeria e  questo Corpo era sostenuto da 6000 fanti, dalla sua guardia e da 100 e più pezzi  d'artiglieria. Egli non potè rompere da nissuna parte. I nostri battaglioni  formavano un sol Corpo e da tutte le parti respinsero la sua cavalleria. Intanto  i nostri corazzieri rovesciavano quelli francesi e la nostra Cavalleria leggera  portava morte ai fianchi dell'Armata francese.
II Combattimento era da giganti  che appena si può descriverlo.
In seguito la battaglia si fece  generale in tutta l'infanteria; più di 200 cannoni gareggiavano per la  vicendevole distruzione. II villaggio Aspern fu per ben 10 volte perso e  ripreso; quello di Eslingen cadde dopo replicati assalti. Erano le 11 di notte.  I villaggi erano in fiamme e noi eravamo padroni del Campo di battaglia; i1  nemico era rinserrato fra l'isola Loban ed i1 Danubio alle spalle ...
La sua perdita fu immensa; il  Campo di battaglia è coperto di cadaveri. Fin ora 6000 feriti, che erano sepolti  sotto i morti, furono cavati e trovansi ne' nostri ospedali.
Non si può fare ancora un esatto  dettaglio dei trofei di queste memorabili giornate, dacché i doveri della  umanità esigono la cura doverosa del filantropico e magnanimo vincitore.
L'Imperatore Napoleone è in piena  ritirata verso la riva opposta del Danubio, coprendo la ritirata  coll'occupazione della gran Isola di Loben. Noi inseguiamo attualmente  l'inimico.
Male, 7 giugno 1809.”
Copia  di questo stampino pervenne a Stenico, Roncone, Riva e Rovereto. A togliere  tuttavia ogni illusione per il momento, ricomparve a Sud di Trento un grosso  reparto Francese che con quattro cannoni riprese a bombardare la città.
Il 26 giugno giunse nelle valli l'ordine del Gen. Carlo von Menz di preparare la  sollevazione in massa e di catalogare in due giorni tutti gli uomini dai 16 ai  45 anni, nelle quattro categorie di leva, nubili e artigiani, ammogliati e  professionisti.
L'ordine suscito in qualche comune  del malcontento e più d'un console si rifiutò di compilare le liste. Tuttavia si  provvide quasi da per tutto a formare le compagnie dei patrioti volontari, nelle  quali ancora una volta trovarono facile accoglienza i fuorusciti del Regno d'ltalia.
Il peso di questa nuova mobilitazione si fece sentire assai oneroso nelle comunità,  sollecitate ancora una volta 'a fornire le compagnie delle razioni di pane,  carne e vino, dietro la semplice promessa di rimborso delle spese. E poiché i  capitani erano alla disperata ricerca di danaro per pagare i combattenti, da più  d'un Comune si dispose ufficialmente di assegnare loro i proventi delle imposte  e delle decime. Intervenne anche il Comitato Militare, con sede a Lavis, sotto  la presidenza del Dott. Dalle Mule, a raccomandare ai Sindaci di consegnare  subito 200 Fiorini ad ogni Capitano, perché questi potesse in qualche modo  “accontentare i suoi uomini”.
All'inizio di luglio giunsero da  Trento altri tre proclami che parvero promettere tempi migliori. Il primo del 26  giugno, scritto in italiano e tedesco, comunicava la sospensione delle  operazioni di guerra e l'ordine di licenziare nuovamente le compagnie. L'ordine  era dato dal Comandante la Piazza di Trento, Colonnello conte Leiningen, ed era  motivato da gravi ragioni.
Se durante le varie fasi della lotta  contro i Francesi le compagnie dei bersaglieri erano a disposizione del comando  militare e venivano da questo controllate, nei periodi di stasi non era facile  tenerle tutte a disciplina. Qualche giovane che si era arruolato perché attratto  dal facile guadagno, non aveva fretta di rientrare a casa, dove non c'era nulla  da guadagnare. Per i cosiddetti “emigrati”, facenti parte di una compagnia, la  situazione era ancora più difficile: se era neces­sario, questi per  sopravvivere, ricorrevano semplicemente alla rapina.
L'intervento del Colonnello Leiningen  fu preciso: “Considerando che la sfrenatezza e gli eccessi di quelle compagnie  di bersaglieri che girano nei dintorni del lago di Garda e nelle Giudicarie  hanno costretto perfino le oppresse comunità ad armarsi contro le medesime, per  reprimere le prepotenze, le estorsioni e angherie di ogni genere, viene deciso e  ordinato quanto segue:
1.    Tutte le compagnie italiane di  bersaglieri vaganti nei dintorni del Garda e fin oltre Arco e nelle Giudicarie,  e nominatamente le compagnie Meneghelli, Bertelli, Belluta, Collini, Cantonati,  Chesi, Frizzi, ecc. vengono con la presente disciolte e i loro ufficiali sono  personalmente responsabili di licenziare la gente sotto i loro ordini.
2.    I forestieri devono prendere servizio nelle I.R. truppe, o mantenersi, o abbandonare il Tirolo  fra otto giorni.
3.    Dal giorno della pubblicazione  della presente le comunità non sono più obbligate a prestare alcuna  somministrazione alle suddette compagnie.
4.    Non solo le I. R.  autorità ma ben anche le rappresentanze comunali invigileranno sull'esatta  esecuzione del presente ordine.
Trento, 26 giugno 1809                                                          Cristiano conte di leiningen
Quasi dappertutto si ubbidì, anche  perché i comuni non vollero più pagare. In qualche caso uno o l'altro dei  capitani reagì a modo suo, facendosi forte di quella liberta d'azione sempre  pretesa.
II secondo comunicato, del 28 giugno,  specificava quali imposte del Governo bavarese erano abolite (l'imposta del  bollo, la tassa vinaria, quella del macello, la steora personale detta  testatico) ed invitava ogni comunità a segnalare al giudice distrettuale i1 nome  del Comandante in caso di sollevazione in massa.
Verso la fine del mese arrivò un  terzo “stampino”, datato Bressanone 27/VII, da parte dell'Intendente imperiale  Barone de Hormayr e controfirmato dal Commissario di Trento, de Riccabona,  recante l'avviso che l'Austria aveva concluso i1 12 luglio con Napoleone, a Znaim, un armistizio e che il Tirolo sarebbe stato  evacuato dalle truppe austriache. Ddlo stesso tenore era una  comunicazione del Colonnello Leiningen, che confermava l'armistizio ed invitava  i Tirolesi a stare quieti e tranquilli per i1 prossimo futuro.
Anche i Franco-Bavaresi, che in forza  di questo armistizio tornavano ad essere i padroni del Tirolo, fecero circolare  nelle valli nuovi avvisi, stampati a Milano e a Trento, per tranquillizzare Le  popolazioni, promettendo che “noi siamo ancora Bavaresi”, ma che “pagheremo  tributi assai più leggeri che sotto i1 Governo austriaco”. Si invitavano inoltre  i bersaglieri “a deporre le loro armi presso i Regi Bavaresi Giudizi  Distrettuali e a ritirarsi alle loro case”.
Questi “stampini”, firmati dal Gen.  Caffarelli, comandante le truppe franco-italiane,  furono spediti dal Giudice di Tione ai Parroci e Curati, con l'ordine “serio e  pressante” di leggerli dal pulpito durante la messa, invitando poi tutti ad  ubbidire. Qualcuno non ubbidì affatto. A Spiazzo, i1 Cap. Chesi si portò in  Canonica e proibì al Cappellano di leggere in chiesa i due comunicati. Osserva  I'Ongari: “Molte persone pensano, pur troppo che sia vero l'armistizio  annunziato, e dicono, che il S.r Capitano Chesi fa male a tener in piedi la sua  Compagnia (e che la pensa male anche il suddetto S.r Hoffer Comandante) e lo  persuadono, e lo esortano istantaneamente a licenziare i suoi uomini, e depor le  armi; ma egli persiste, e dice, che prima di depor le armi intende d'aver le sue  paghe, e degli uomini”.
A Trento intanto, il 2 agosto,  tornavano per la settima volta le truppe francesi, guidate dallo stesso Vicere  Eugenio. Il loro arrivo in città fu quasi trionfale: dopo quelle caotiche  settimane si riaccendeva il desiderio di vederla finita con la guerra e con  quell'alternarsi di governi, di avere finalmente un periodo di ordine e di  stabilità. Ma dove non poterono arrivare i franco-cisalpini, la resistenza  continuò ancora, e dopo un momento d'incertezza, le compagnie tornarono a  formarsi.
Francesco Ferdinando, futuro erede al trono, avrebbe probabilmente salvato le sorti della monarchia asburgica. Per uno strano caso della storia, però, non sopravvisse al vecchio imperatore Francesco Giuseppe e il suo assassinio fu la scintilla che accese il Primo conflitto mondiale. Ironia della sorte: proprio la morte di un pacifista come l’Arciduca, provocò la Grande Guerra
“All'undici Agosto - narra la cronaca del notaio Ongari - si divulgarono molte novità gradite: che in Val di  Sole si rimettono ancora le compagnie, che le truppe tirolesi hanno sconfitto un  gran corpo di Francesi... Ma la più bella nuova si è quella, che probabilmente si conchiuderà una pace onorevole e vantaggiosa per l'Austria e che senza dubbio  il Tirolo resterà sotto l'Imperatore o almeno sotto qualche Principe di Casa d'  Austria”.
Molti tuttavia erano consapevoli  che la situazione stesse diventando disperata. Anche tra i patrioti combattenti,  dopo 4 mesi di servizio, aumentava il numero di coloro che erano stanchi e  depressi. II sostegno delle comunità era vicino alla paralisi ed il governo centrale appariva di fatto inesistente. Qualche Capitano che aveva contratto debiti per la sua compagnia, deluso ed esacerbato, se la prendeva perfino con sindaci e consoli della sua comunità, minacciandoli o magari arrestandoli se non levavano dalle casse ciò che serviva ai suoi uomini. Perdurava implacabile la necessità dell'avvicendamento ed i Sindaci a loro volta avevano un bel da fare a mettere in piedi nuove compagnie. Dovevano far opera di convincimento presso i riluttanti, accettare necessariamente domande di rifugiati senza sottoporle ad attento esame, mentre sempre più avvertivano che il giornaliero di circa 3 troni per ogni bersagliere costituiva un onere ormai insostenibile.
Lo smarrimento cresceva e il desiderio di veder finita questa lotta stava diventando il sentimento più comune della gente che riteneva Napoleone per il momento invincibile, e che di conseguenza percepiva l'inutilità di una ulteriore resistenza. Sopravviveva una  segreta speranza che, se l'Austria non era stata in grado di battere  l'Imperatore francese, c'era ancora una Nazione che Napoleone non era riuscito a  vincere, la grande Russia. Ed uno stampino, con un proclama dello Czar russo, circolava nelle valli, e veniva letto e copiato con curiosità e interesse.
“Proclama di Alessandro Imperator  delle Russie! Russi, piange l'Europa? L'Europa non piangerà: lo giuro al Cielo,  ed avanti tutte le Nazioni; io giuro che sarà restituito a tutti ciò, che è di  loro ragione. Nel prendermi questo assunto mi protesto di essere in pace con  tutte Le Potenze del Mondo; ma sin da questo momento dichiaro la guerra a quella  nazione, che vorrà persistere nei vari deliri d'una riscaldata fantasia, ed a  questa porterò ferro, fuoco e scempio.
Lungi dunque ogni intrigo di  Gabinetti; lungi la idea di conquiste; io ascolto la sola voce della giustizia,  dell'umanità, e della ragione.
Se Alessandro il Grande si  acquistò tanta gloria nel dilatare i confini del suo Impero con tante stragi, ed  usurpazione, Io l'acquisterò maggiore procurando all'Europa tutta costante e  solida pace. Alessandro.
Per i più tuttavia il manifesto  dell'Imperatore russo era solo un'illusione. La realtà stava diventando sempre  più dura per le popolazioni giudicariesi. Il commercio con le terre lombarde e veronesi, così importante per la loro vita, era nuovamente interrotto. “L'Italia, granaio solito per il Tirolo  Meridionale, era chiusa e somma era la penuria in quelle stesse contrade”.
I generi alimentari si  facevano più rari e aumentava il prezzo. Una “soma” di farina gialla che  all'inizio di settembre era pagata 40 troni, due settimane dopo costava 65 troni.
Con le difficoltà materiali  crescevano la trepidazione e l'incertezza del domani. Il Comando militare, come  pure l'amministrazione civile, erano disorientati. Da Bressanone, sede del Consiglio di guerra, arrivavano ordini e contr'ordini e dei capitani ubbidiva  chi voleva. Andreas Hofer affidava la difesa del Paese ad un nuovo capo per la parte militare, al suo Luogotenente Eisenstecken, albergatore di Bolzano, mentre  lasciava i1 potere amministrativo e politico nelle mani di Morandell da Caldaro. Fu una decisione infelice che ac­crebbe la confusione perché ben presto scoppiò la discordia fra i due.
Un grave contraccolpo subì inoltre il morale della gente quando si propagò la notizia che i1 Comandante Dal Ponte era  stato arrestato e condotto incatenato ad Innsbruck per non si sa quali ragioni. Meno impressione fece la cattura di Sebastiano Garbini a Riva del Garda, perché molti lo ritenevano capace di tutto, anche di furto, ed inoltre lo consideravano un intruso.
Emperor_Franz_Joseph_I-Gyula_Benczur-1896
II fronte interno stava ormai  disintegrandosi. E quando truppe franco-italiane, agli ordini del Generale L.  Peyri, entrarono dalla Chiusa di Verona,  l'ordine dell'insurrezione in massa trovò i consigli comunali disorientati e  riluttanti: mancavano di tutto, di armi e di viveri per nuove compagnie. Peyri  raggiunse il 27 settembre Rovereto senza incontrare una seria resistenza e il 2  ottobre rioccupò Trento, facendosi largo a sciabolate e fucilando chiunque  portasse un'arma o solo divisa. Voleva terrorizzare la cittadinanza e fare il  vuoto davanti alle sue truppe, che si spinsero fino a Lavis. Provocò invece  un'ondata di odio che si diffuse rapidamente nelle valli. Nei villaggi si suonò  campane a stormo. Le compagnie accorsero numerose, convinte ancora una volta di  poter respingere l'odiato Francese. Quelle della Valle di Sole si recarono al  Tonale, quelle della Valle di Non scesero alla Rocchetta, quelle della Valle di  Fiemme si unirono a Salomo e a San Michele con una massa di 10.000 insorti  atesini, agli ordini di Josef Eisenstecken.
II 6 ottobre, questi si mosse con  effettivi di oltre 15.000 combattenti, e attaccò vigorosamente Lavis e Gardolo  obbligando il Gen. Peyri a ritirarsi entro le mura di Trento. In quest'azione  ebbero parole di lode le compagnie della Valle di Fiemme per il loro co­raggioso  comportamento. La città fu assediata e per privarla dell'ac­qua fu deviato da  reparti nonesi il corso del Fersina.
Eisenstecken aveva difficoltà a  tenere il comando “con quei ca­pitani invidiosi e senza testa”. Diverse  compagnie, sistemate su per le alture di Martignano e Villazzano, pretendevano  il cambio. Si doveva pertanto affrettare la presa di Trento. Un gruppo di  com­pagnie giudicariesi era sceso nella Valle del Sarca e aveva occupato Dro e  Riva, nell'intendimento di impedire la ritirata dei Francesi. II Capitano Chesi,  con gli insorti della Rendena, aveva raggiunto Vezzano e Covelo, il Conte Spaur  con quelle di Val di Non ricon­quistava Terlago, mentre il Capitano Scartezzini,  con una compagnia fatta quasi tutta di “emigrati”, scendeva da Zambana lungo la  sponda destra dell'Adige. I Francesi dovettero abbandonare il Buco di Vela e  rientrare in città dal ponte di S. Lorenzo.
Ma al 10 di ottobre il Gen. Peyri,  ottenuti due battaglioni di rinforzo, Uscì all'improvviso dalle porte e  manovrando abilmente i reparti di cavalleria e d'artiglieria colse di sorpresa  la massa degli insorti, che, disorientata, fu facilmente travolta ed in preda al  panico riparò con una fuga disordinata sulle alture e sui monti. In serata il  Peyri aveva rioccupato Lavis ed il Buco di Vela fino a Vezzano.
Le compagnie dei capitani  giudicariesi Colini, Polini, Cantonati, Chesi, Campi, Stefenelli e Toffanetti,  dopo alcune zuffe nelle zone di Terlago e di Vezzano, rientrarono nella naturale  fortezza dei loro monti senza essere inseguite dai reparti francesi. Per qualche  settimana queste valli vissero indisturbate in assoluta autonomia; e siccome la  vita popolare aveva le sue esigenze, il sette ottobre, si tenne perfino la fiera  di S. Giustina, non a Pieve di Bono, come di consueto, perché zona troppo vicina  al confine e pertanto minacciata, ma a Prada di Preore “con grande concorso di  gente e gran quantità di bestiame e bersaglieri; ma successero pochissimi  contratti perché non vi erano forestieri”.
Nel frattempo, il 5 novembre, le  truppe francesi avevano raggiun­to Bolzano ed iniziavano una vasta azione di  rastrellamento in tutte le valli. Napoleone aveva dato precise istruzioni al  Vicere Eugenio per la definitiva repressione della rivolta. Resistere ora non  aveva più senso, avrebbe esposto combattenti e popolazioni ad inutili sacrifici.
In uno scritto che il Viceré  indirizzò personalmente ad Andreas Hofer, capo supremo dell'insurrezione,  venivano promessi l'amnistia e il perdono di quanto era avvenuto se il Tirolo  accettava di sotto­mettersi e gli insorti consegnavano le armi.
Andreas Hofer, ricevuta la lettera,  invitava tre giorni dopo i tirolesi a deporre le armi, con le parole: “Fratelli!  Noi non possiamo guerreggiare contro l'invincibile potenza di Napoleone” I più compresero che non c'era più nulla da fare  anche se alcuni fanatici insistevano per la continuazione della lotta.
Nelle Valli Giudicariesi la  situazione si mantenne assai instabile nelle ultime settimane di ottobre, con  cauti movimenti di compagnie e di “gruppi di patrioti”. Costoro raggiunsero più  volte Riva del Garda, favorita come porto da una continua attività commerciale,  alla ricerca di mezzi di sussistenza.
A questo proposito il cronista di  Riva, Fiorio, in data 1 novembre, annotava: “Si succede una compagnia di soldati  all'altra e sempre con nuove e gravose pretese. Oltre a ciò la città  è  infestata da briganti tedeschi e italiani che s'impongono con vessanti  requisizioni. Anche famiglie private vengono prese di mira”. Ed in data 3  no­vembre aggiunge: “Stanchi finalmente di più a lungo sopportare le violenze e  i mali trattamenti, si dovette risolversi di armarsi alla comune difesa. Ciò  seguì colla maggior segretezza. I proprietari di campagne fecero persino venire  i loro dipendenti in città. I nostri armati furono divisi in compagnie, furono  nominati gli ufficiali ed il Signor Francesco Lutti riuscì il Comandante”.
Il 29 giugno 1914, a Sarajevo , avvenne la tragica fine dell'erede al trono d'Austria Ungheria Francesco Ferdinando d'Austria Este e di sua moglie Sofie.
Di fatto il comportamento di molti  “patrioti” lasciava a deside­rare e inquietava le popolazioni. Operando come  difensori della pa­tria, chiedevano “alla città, giurisdizioni e comunità di  essere forniti del pane, vino, acquavite, e carne, dietro rilascio delle  quittanze”. Ma ciò non era più facile a reperirsi. Sorsero così le prime forti  reazioni, i primi atti ostili a queste pretese, specie quando la gente fu a  conoscenza che la maggior parte dei capitani aveva licenziato le compagnie. I  gruppi degli “emigrati” invece non si sciolsero, fecero uscite fino a Nago, Mori  e Brentonico sotto la guida di persone pratiche dei luoghi, misero in fuga qualche  picchetto Francese impossessandosi di quanto abbandonava. Più di una volta  tuttavia tali uscite si trasformarono in scorrerie con furti e saccheggi.
II Commissario generale bavarese,  Gabriele Widder, rientrato a Trento al seguito delle truppe francesi, fece  allora affiggere nei villaggi il seguente proclama: “Le misure prese dalla città  di Riva per assicurarsi dalle bande di orde armate e di assassini, riuscirono a  piena soddisfazione a questo R.B. Commissariato Generale. Orsli, popoli fedeli,  se mai qualche orda armata minacciasse di turbare la tranquillità, che una pace  conchiusa vi ha ridonata... prendete coraggiosamente le armi e ponete in fuga  quegli assassini. Spedite delle spie fidate che vi indichino i loro passi,  disponete ai campanili guardie vigilanti che annunzino ogni pericolo ... Io  sollecito frattanto il Comando Militare, perché spedisca della truppa regolata,  ma finché questa giunge, tutto dipende da voi”.
Anche i centri più popolosi come  Mori, Brentonico, Nago e Tor­bole crearono una specie di guardia civica o di  guardia nazionale, per la sicurezza delle loro comunità.
II Commissario Widder non pote far  seguire nulla di concreto al suo proclama, perché a Trento il Gen. Honore Vial,  succeduto al Peyri, tenne ogni potere in mano, anzi incolpò il Widder ed il  governo bavarese d'aver agito maldestramente nel Tirolo e d'esser stati la causa  della sollevazione del popolo. Vial creò una ammini­strazione provvisoria,  formata da uomini di prestigio come il Conte Manci, il Conte Crivelli, Giacomo  Mosca ed il Capoconsole Luigi Lupis: un preavviso al Regno di Baviera che con  ogni probabilità avrebbe dovuto rinunciare al suo XIV Dipartimento, Formato  dalle città di Rovereto, Trento e Bolzano.
Con grande cura il Gen. Vial aveva  atteso nella seconda metà di ottobre all'organizzazione di una forte divisione  tra Trento e Lavis, con 14 battaglioni, due squadroni di cavalleria e 8 cannoni  da campagna, in attesa dell'ordine di riprendere l'offensiva verso il Nord, il  14 ottobre, aveva rivolto un appello ai Tirolesi di lingua italiana, lodando il  loro valore di combattenti, ma invitandoli a desistere da una lotta diventata  folle. C'erano ancora numerose compagnie di bersaglieri attestate sulle colline  di S. Michele e tra Mezzolombardo e Mezzocorona, che per il momento tenevano  ferme le forze francesi sulle due sponde dell' Adige.
Lo scontro decisivo era atteso da un  momento all'altro. Di fatto, alla fine di ottobre il Viceré diede l'ordine di  occupare tutto il Tirolo, Nelle grandi e sanguinose battaglie svoltesi sul  teatro europeo tra la Francia e le varie coalizioni, il Tirolo era restato fino  allora un settore secondario, ma aveva infastidito anche troppo e la fama della  sua resistenza aveva suscitato ammirazione per tutta I'Europa. Era giunta l'ora  di farla finita, una volta per sempre.
Il Gen. Rusca entrò dalla Carnia in  Val Pusteria con due divisioni, tre divisioni si mossero dalla Baviera con il  Gen. Drouet, forti di 20.000 veterani. A Sud, il Gen. Vial mosse da Zambana,  superò l'Adige a S. Michele e iniziò l'avanzata su Bolzano con una vasta  operazione che sbloccò anzitutto l'alta Val di Cembra dalle compagnie di Fiemme  e Fassa obbligandole a ritirarsi e poi a sciogliersi per non cadere prigioniere.  Contemporaneamente inviò il Gen. Peyri da Caprile su per le valli dolomitiche  con 1200 uomini per scendere da Val Gardena: questi arrivò il 5 novembre a  Bolzano con 800 uomini, sfiniti dalle marce e dagli scontri con i valligiani.
Il fronte, da per tutto nel Tirolo,  sotto l'urto di 56.000 franco-bavaresi, non resse e si frantumò rapidamente. In  data 6 novembre, il Gen. Vial, dal suo quartiere di Egna, scriveva al Colonnello  Gavotti, fermato a Trento quale comandante delle truppe del circondario: “ Voi  sentirete con piacere, Signor Colonnello, che siamo padroni di Bolzano. La  colonna del Maggiore Baugault ha passato strade orribili circondando la  posizione di Bedol. 9 o 10 uomini sono caduti dai precipizi e sono rimasti morti  o gravemente feriti. La costernazione nel paese è generale, dappertutto gli  insorti si sottomettono e ci consegnano le armi” In una seconda lettera al Col.  Gavotti, dal quartier generale di Bolzano, lo stesso generale comunicava in data  12 novembre:
“Signor Colonnello. Con una mia  lettera del 6 vi avevo annunziato che noi ci siamo impadroniti di Bolzano. Ora  gli abitanti rientrano nelle loro case e ci mostrano della confidenza.
Voi mi notificate che il nominato  Datponte e il Conte Spaur sono venuti a fare presso di Voi degli atti di  sommissione. Due altri capi, Eisenstecken e Hofer medesimo, così detto  Barbon, hanno ricercato di parlarmi.
Gli abitanti della destra dell'Adige  inviano deputazioni per la sommissione, ma non consegnano le armi che dicono  loro necessarie contro i briganti ... Io farò un movimento retrogado per purgare  con colonne mobili le Valli di Non e di Sole fino al Tonale, quella Rendena, Le  Giudicarie e Le rive inferiori del Sarca ... I briganti possono ascendere a  qualche centinaio e sono disertori e assassini forestieri che non osano sperare  perdono”.
In Val Giudicarie, già il 7 novembre,  ci fu a Tione Consiglio Generale delle Sette Pievi ed agli 8 il Consiglio di  Valle “per deliberare se si vuol resistere e guerreggiare oppure sottomettersi  spontaneamente al Comando francese ed implorare da lui clemenza. Ma la  conclusione fu che, essendovi tuttora fona armata, il paese non poteva  deliberare”.
Erano le compagnie dei Capitani  Scartezzini, Colombo, Santoni, distribuite in più villaggi, da Stenico, a Tione,  fino a Pinzolo. Lo Scartezzini decise di smobilitare e il 9 novembre si recò a  Trento, presentandosi al Colonnello Gavotti con l'offena di mettere a sua  disposizione la compagnia da lui diretta: gli si ordinò di deporre le armi e di  tornare a casa. Anche gli altri Comandanti locali, il Maggiore Cantonati, i  Capitani Polini e Colini Slosser dopo diversi contrasti con i gruppi degli  “emigrati” - contro costoro avevano posto verso la metà di novembre, per tre  giorni, dei picchetti a Ragoli, Zuclo e Tione, a difesa delle popolazioni -  decisero di sciogliere le compagnie e lasciare che i combattenti tornassero alle  loro famiglie, per usufruire dell'amnistia. Non smobilitarono invece i gruppi  degli “emigrati”: questi temevan ritorsioni e processi sommari e poi speravano  anche nel tramonto della stella napoleonica.
Contro di loro, i1 16 novembre,  arrivo a Spiazzo una colonna di 250 soldati francesi. I bersaglieri presenti  ripararono in fretta nei masi e nei fienili della montagna. La colonna si spinse  fino a Bocenago, ma quando dal monte soprastante rintronò il primo colpo di  fucile si fermò e poi i1 tamburo suonò la ritirata. Rientrata a Spiazzo, gli  Ufficiali convocarono il Sindaco e i Consoli, ordinando loro “di restare quieti  e far sì che tutti depongano le armi”.
Anonimo L'assedio di Vienna deI turchi al comando del gran visir Qara nel 1683
Poi la truppa ripartì per  Tione.
Tornarono allora a valle le compagnie  Colombo e Santoni. Un gruppo ottenne da mangiare per un paio di giorni in quel  di Spiazzo, rilasciando alle famiglie delle “quittanze” per i1 servizio  ottenuto; poi anch'esso s'incamminò per Tione. Alcuni uomini del Santoni,  affamati, commisero nei giorni seguenti ruberie nelle abitazioni più signorili  della zona, imposero taglie minacciando i proprietari delle case.
A Riva del Garda la deputazione di  difesa, ricevuta notizia che 150 “briganti” taglieggiavano Tione, avvertì la  Commissione bavarese di Mori. Questa fece intervenire il battaglione del  Maggiore Carrara che aveva combattuto in Calabria contro i “briganti” e che  pertanto era ben allenato per la repressione violenta.
450 di questi soldati,  attraverso il Durone e da Stenico, arrivarono a Preore e a Zuclo  inaspettatamente quando non era ancora giorno e circondarono la borgata di Tione.  Nevicava forte e la neve era alta una gamba.
Gli uomini delle compagnie  Colombo-Santoni furono sorpresi nelle abitazioni, quattro caddero combattendo e  tra questi il Capitano Colombo; i più si diedero alla fuga verso la Val Rendena;  40 furono catturati e di questi 21, dopo un sommario processo, furono fucilati  il 28 novembre lungo il torrente Arno: tra essi c'erano il Capitano Santoni, il  suo Tenente, il chirurgo, vari sergenti e caporali. I loro nomi, con altri  sorpresi e fucilati nella alta Val Rendena, furono segnalati in una nota che qui  si riporta, esposta all'albo pubblico delle comunità delle valli, all'evidente  scopo di togliere ogni velleità di resistenza ai gruppi superstiti e nascosti e  per intimidire le popolazioni perché, pena la fucilazione, non fornissero loro  ne aiuto, ne quartiere.
“Nota dei Briganti presi colle  armi alla mano nelle Giudicarie ... i quali sono stati fucilati:
Giovanni Santoni, anni 46, Nativo  d'Arco, Paesano - Mercante - Capo della Compagnia detta Santoni; Battista  Gidotti, anni 42, Tremosine, Paesano - Carbonajo - Comp. Santoni; Nicola  Bonfanti, anni 19, Avio, Paesano - Marangone . Comp. Santoni; Antonio Mamani,  anni 22, Stenico, Disertore Tirolese - Villico - Cacciatori Tirolesi - Comp.  Santoni; Martino Cosimi, anni 29, Polacco, Disertore Polacco - Musicante .  Polacco - Comp. Santoni; Pietro  Tomaseli, anni 22, Ala, Paesano - Boschajo - Compo Santoni; Giovanni Androni,  anni 21, Bergamo, Disertore - Molinajo - 7. Regg. Italiano - Compo Santoni;  Giuseppe Delfabro, anni 25, Verona, Disertore - Tira Oro - 4. Regg. Italiano -  Compo Santoni; Francesco Rizzi, anni 22, Calcinato, Disertore - Villico - 7.  Regg. Italiano - Comp. Santoni; Luigi Sarzani, anni 25, Calmasino, Disertore -  Villico - 1. Regg. Italiano - Compo Santoni; Domenico Ferretti, anni 20,  Castelmano, Paesano - Ortolano - Comp. Santoni; Isidoro Rigotti, anni 37, Ranz,  Paesano - Villico - Compo Santoni; Giuseppe Fagioni, anni 20, Vicenza, Paesano -  Calzolajo - Compo Santoni; Gio. Batta. Raggi, anni 20, Genova, Disertore -  Villico ­57. Regg. Francese - Comp. Santoni; Gio. Batta. Maistrelli, anni 21,  Piacenza, Disertore - Villico - Regg. non si sa - Compo Santoni.
Gio. Batta. Ferrari,  anni 24, Borgo di Mori - Disertore - Villico - 5. Regg. Italiano - Compo  Santoni; Giovanni Scapione, anni 19, Cologna, Paesano - Sbianchesino - Compo  Santoni; Giuseppe Parone, anni 22, Gesuan, Disertore - Villico - 4. Regg.  Italiano ­Compo Santoni; Battista Benvenuti, anni 26, Roveredo, Paesano ­Villico  - Compo Santoni; Ercole Gori, anni 22, Mantova, Disertore - Calzolajo - Del  Treno Italiano - Comp. Santoni; Gio. Batta. Rigotti, anni 41, N ago, Paesano -  Scrittore - Compo Santoni; Giacomo Gritti, anni 20, Salo, Disertore - Carretiere  - 3. Leggiero Italiano - Comp. Santoni; Benigno Rizzotti, anni 25, Malcesine,  Disertore - Villico - 3. Leggiero Italiano - Comp. Santoni; Vincenzo Mazardi,  anni 28, Malcesine, Paesano . Villico - Compo Santoni; Stefano P armegiano, anni  19, Genova, Disertore - Villico - 103. Regg. Francese - Compo Santoni; Saverio  Colombi, anni 30, Rimini, Disertore - Villico - 3. Regg. di Linea - Comp.  Santoni; Giovanni Stofelli, anni 28, Val di Ledro, Paesano - Villico - Compo  Santoni; Domenico Martini, anni 20, Verona, Disertore - Villico - 7. Rcgg.  Italiano - Compo Santoni; Giovanni Ary, anni 23, Languedoch, Disertore - Villico  - 13. Regg. Francese - Compo Santoni; Bartolameo Arm ani, anni 24, Sevola,  Paesano, Villico - Compo Santoni.
Angelo Armani, anni 21, Sevola,  Paesano - Villico - Compo Santoni; Cristoforo Graziadei, anni 19, Calavino,  Paesano - Villico - Compo Santoni;  Pietro Moro, anni 32, Breton, Disertore - Villico - 67. Regg. Francese - Comp.  Santoni; Gio. Antonio Pipino, anni 35, Lavezo, Bavaro - Villico - Reggim. Bavaro  - Comp. Santoni; Francesco Pduzzi, anni 25, Magnone, Disertore - Villico - 7.  Regg. Italiano - Compo Santoni; Giovanni Marchdetti, anni 25, Verona, Emigrato-  Villico - Compo Santoni; Luigi Grasseloni, anni 36, Pavia, Disertore - Villico -  3. Leggiero Italiano - Comp. Santoni; Benedetto Bortella, anni 20, Genova,  Disertore - Villico - 34. Regg. Francese - Comp. Santoni; Giovanni Valentinotto,  anni 21, Levico, Paesano - Villico - 34. Regg. Francese - Compo Santoni;  Battista Confratelli, anni 24, Bormio, Paesano - Villico - Compo Sar.toni;  Antonio Bernardini, anni 22, Fanzola,  Paesano - Villico - Compo Santoni; Pietro Zaniboni, anni 29, Bogliacco - Villico  - Compo Santoni; Leonardo Ferrari, anni 27, Borghetto, Paesano - Calzolajo -  Comp. Santoni; Giuseppe Lena, anni 23, Sorosina, Disertore ­Villico - 2.  Leggiero Italiano - Comp. Santoni.  Francesco Rossi, anni 21, Corte Medana,  Disertore - Villico - 2. Leggiero Italiano - Compo Santoni; Stefano Buselli,  anni 23, Mantova, Disertore - Villico - Tedesco - Compo Santoni; Bortolo - Comp.  Santoni; Giuseppe Totj, anni 25, Regio. Disertore - Villico - Comp. Santoni;  Giuseppe Torj, anni 25, Regio, Disertore - Villico - 3. Regg. Italiano - Comp.  Santoni; Giovanni Mazuchelli, anni 27, Daifo, Disertore - Villico - 4. Regg.  Italiano - Compo Tonini; ... Calombo*, anni 22, Italiano - Capo della Comp.  Colombo; Nicolo Brugnara, anni 20, Verla, Paesano - Villico.
* Non si è potuto sapere ne la Patria  ne il Nome. Tione li 28 Novembre 1809. Carrara Capitano”.
Questa nota è un documento che si può  leggere in diversi modi.
Un lettore frettoloso potrebbe  accettare e giustificare la sentenza del comando militare francese come una  necessaria azione di guerra contro dei criminali che avevano ignorato  volutamente l'offerta d'amnistia. Un lettore più attento scopre anzitutto la  totale assenza di bersaglieri locali; segno che questi avevano abbandonato le  due compagnie e si erano ritirati nei loro paesi. I pochi tirolesi indicati  dalla nota, 14 su 52, perché il Capitano Colombo era di Rovereto, provenivano da  zone dove “era stato instaurato l'ordine francese” e da dove si tenevano lontani  per timor di rappresaglie.
Salta all'occhio che la maggior parte  dei fucilati erano dei disertori dell'esercito franco-bavarese, 38 su 52. C'era  tra loro qualche delinquente? Forse si, ma i più erano indubbiamente infelici e  sfortunati giovani che avevano cercato una salvezza nella libertà della terra  tirolese, per non finire in uno degli innumerevoli cimiteri europei, voluti  dall'insaziabile ambizione di Napoleone.
Gli storiografi, che riportano questa  nota, discordano sulle modalità dell'eccidio. Il Te1ani parla semplicemente di  52, il Riccobelli di Brescia parla di 40 e racconta che “il Capitano Carrara  finse di farli incamminare verso Riva onde essere assoggettati ad un  interrogatorio; ma appena giunti fuori del paese, senza avvertirli, furono nel  più barbaro modo fatti passare per le armi”. Domenico Boni di Tione, in un suo  manoscritto del 1896, parla di “60 fucilati al crepuscolo del 26 novembre divisi  in tre drappelli. Le loro salme restarono esposte tre giorni al ponte del  torrente Arno”.
Franz Pforr. The Entry of Emperor Rudolf of Habsburg into Basel
Il Boni, che afferma di avere raccolto i dati da testimoni  oculari, riporta il testo di due epigrafi, poste in seguito l'una sulla facciata  d'una casa di Brevine e l' altra sul Ponte dell'Arno:
“Per giudizio stataro
Carrara
Capitano Francese
condannava a morte
sessanta insorti.
Ragion di Stato
ebbe qui giustizia
26 novo 1809”.
Di epoca successiva la seconda, meno  giacobina e piu umana:
“Esposte a terrore
tre giorni lungo la via
le salme dei fucilati da' francesi
ebbero qui presso
inonorata sepoltura
29 nov. 1809”.
Nei registri dell'Archivio  parrocchiale di Tione non si trova nessuna indicazione di questo massacro. Come  al solito, il Comando Francese faceva scomparire i morti o in un rogo o in una  fossa comune.Probabilmente va accettato come  documento veritiero sull'eccidio il testo di una lettera dello stesso Capitano  Carrara, riportato dal Prof. Pilati Silvino:
“La mia  spedizione ha avuto buon esito. Vent'uno arrestati, quattro morti e molte armi  prese. Si continua ogni giorno con gli arresti e si spera che in brevissimo  tempo saranno distrutti”.
Nei giorni di fine novembre e  all'inizio di dicembre, truppe francesi partite da Stenico arrivarono a Tione e  risalirono la Valle Rendena, sotto la pioggia e la neve, fino a Mavignola,  sorprendendo colà un gruppo di disertori. Ma questi erano all'erta e reagirono a  fucilate colpendo un Francese ed obbligando gli altri a ritirarsi. Il 29  novembre una terza colonna Francese raggiunse notte tempo nuovamente Mavignola e  poi Campiglio; solo che i bersaglieri se la svignarono rifugiandosi nella  Foresta. Altre due compagnie francesi, provenienti dalla Valle del Chiese,  giunsero all'improvviso ai primi di dicembre e sorpresero 5 disertori a Carisolo  e li fucilarono subito dopo a Pinzolo. Qualche disertore si salvò nella Valle di  Genova e circa 60 fuggirono attraverso la Foresta verso Campiglio e la Valle di  Sole. La caccia agli insorti continuò ancora per alcune settimane.
Due “emigrati”, che erano stati  sorpresi a Cavrasto, furono fucilati il 18 dicembre a Mortaso perché, avendo  fatto parte delle Compagnie Chesi e Santoni, non avevano deposto le armi entro  il termine di cinque giorni decretato dal proclama del Viceré Eugenio Napoleone.
I loro nomi restarono nella memoria della gente, ebbero il funerale nella chiesa di Spiazzo  e furono seppelliti nel cimitero della comunità.
Uno si chiamava Marco Aurelio Majoli  delIa Valtellina ed era Sergente della disciolta compagnia Chesi, l'altro, di  nome Felice Zomedi, era di Romagnano.
II “saltaro”, cioé la guardia  campestre, ebbe l'ordine di avvertire ogni famiglia dell'obbligo grave di  segnalare la presenza di qualsiasi forestiero. Anzi, per togliere ogni punto  d'appoggio agli scampati sui monti, un imperioso comando dell' autorità militare  Francese obbligò i contadini che avevano bestie nei casolari di montagna a  ricondurle in paese. Si minacciava la fucilazione a chiunque desse alloggio o  viveri a “bersaglieri emigrati”.
Da Tione, dove s'era istallato un  nuovo Comandante Superiore Francese per tutte Le Giudicarie, di nome Mouton,  furono sollecitati i parroci ad avvertire le comunità dai pulpiti, nel giorno  dell'Epifania, 6 gennaio, dell'obbligo di consegnare ogni arma, pena la  fucilazione e l'incendio delle abitazioni, se poi in una perquisizione veniva  trovato uno schioppo o una pistola, una sciabola o un coltello militare. Fu  assicurato invece il pieno perdono a chi recapitava in comune queste armi.
La minaccia ebbe effetto e in tutte  le ville vennero consegnate molte armi. Ma pur nell' amnistia proclamata, le  personalità di maggior spicco, come i Capitani delle compagnie, non ebbero vita  facile, vissero brutti momenti, perché in parte vennero arrestati e sottoposti a  processo ed anche deportati, e parte, temendo rappresaglie, ripararono sui monti  o in altre valli. Furono insistentemente ricercati da pattuglie francesi, perché  nella quasi totalità la gente li aiutava nella latitanza, soprattutto  avvertendoli quand'erano in pericolo.
Non vi fu più alcun atto di  resistenza. Dalla presenza dei presidi militari franco-italici la tranquillità  era assicurata anche nel Marchesato delle Giudicarie, in quella roccaforte dove  più a lungo che altrove era durata l'opposizione all'invasore.
In febbraio il Gen. Francese  Baraguay d'Hilliers, che era ora il Comandante generale delle truppe francesi e  italiane stanziate nel Tirolo, con sede a Bolzano, e che aveva diretto Le  operazioni per la cattura di Andreas Hofer, avvenuta in un fienile sulla  montagna di San Martino in Val Passiria il 27 gennaio 1810, emanò un lungo  decreto, che fu letto in tutte le chiese, col quale si proibiva la caccia, il  tiro al bersaglio, si obbligavano armaioli e bottegai a non vendere più armi ne  polvere da sparo se non a determinate condizioni, e si imponeva ad ogni Sindaco  di denunciare al comando più vicino la presenza di qualsiasi forestiero, e di  distribuire ad ogni abitante maschio, che abbia compiuto 16 anni, la prescritta  Carta di Sicurezza, cioè una carta d'identità firmata dal Parroco e dal Sindaco.
Fu richiesto inoltre che ogni  Comune segnalasse al Comando francese, in apposite tabelle, tutte le spese  sostenute durante il periodo della rivoluzione dall'aprile 1809 al febbraio  1810, per aver somministrato razioni di viveri, quartieri e giornate di lavoro  ai bersaglieri, alle truppe austriache e agli stessi francesi. I dati raccolti a  Tione assommarono ad una spesa di oltre 100.000 fiorini solamente per la Val  Rendena.
II 18 febbraio, domenica di  Settuagesima, fu reso noto un comunicato dell'Imperatore Napoleone Bonaparte,  che accordava ancora una volta il perdono “ai disertori, coscritti, refrattari  italiani” anche antecedenti al 1806, purché tornassero ai loro reggimenti.  L'esercito francese, accampato per mezza Europa, aveva un continuo, estremo  bisogno di soldati.
Intanto Le vallate giudicariesi  erano nella quiete, l'ordine regnava in ogni paesello perché picchetti  franco-italiani presidiavano i capoluoghi di valle. Ci fu un tentativo di  ritorno del governo bavarese, ma il Generale Vial aveva ricevuto da Parigi altri  ordini: la capitale del Tirolo Meridionale non sarebbe stata più Monaco di Baviera, bensì Milano. Per il  momento, ogni potere restava nelle sue mani.
In gennaio nevicò moltissimo, in  montagna ed in valle. I tetti scricchiolavano nonostante che i portanti - come  si usa fare anche oggidi - fossero stati rinforzati al massimo; e anche di notte  bisognò buttar giù neve per scaricarli dal peso. Ciò nonostante, qualche tetto  cedette nei paesi con disagio enorme dei proprietari.
In febbraio continuò il passaggio di  truppe franco-italiane e di gruppi di ex-prigionieri liberati in forza del  trattato di pace. Questi ultimi erano poverissimi, laceri, con i piedi avvolti  da pezze di sacco e si fermavano a chiedere un boccone ed un posto nella stalla  per la notte.
Leopoldo primo d'Asburgo
A Trento, il Commissario Governativo  provvisorio Sigismondo de Moll, nominato dall' autorità militare francese,  operava con saggezza facendo tutto il possibile per pacificare la regione. Era  un esperto amministratore e profondo conoscitore del paese e dell'indole degli  abitanti e propendeva per un'azione di attesa e d'indulgenza verso i capi delle  compagnie, per non turbare nuovamente la quiete del paese.
A Spiazzo, il Capitano Giuseppe Chesi  fu arrestato di notte, il 22 gennaio, e condotto a Rovereto e poi nelle carceri  di Mantova. Il 27 gennaio, su delazione di un commilitone, veniva pure arrestato  Andreas Hofer “Capo principale degli Insorgenti Tirolesi” e poi tradotto a  Mantova, dove fu fucilato il 20 febbraio. Precedentemen­te, nel processo, gli  riuscì di scagionare il Capitano de Campi e salvarlo così dalla morte.
Col febbraio riprese a funzionare la  scuola elementare, ed anche la vita delle comunità ricevette nuove disposizioni,  pubblicate sempre in chiesa, per una regolare ripresa. Di quando in quando  venivano rese note dal comando militare le condanne a morte per chi non aveva  ubbidito agli ordini.
La stagione primaverile non fu  buona. Piogge continue durante il mese di maggio, fino a metà giugno, con forti  cadute di neve in montagna e brinate in valle parvero compromettere l'annata.
All'inizio di giugno fu promulgata  l'ordinanza imperiale di Napoleone, Imperatore dei Francesi e Re d'Italia, con  la quale si decretava:
“II Tirolo Meridionale... è  definitivamente unito al Regno d'Italia; ... si chiamerà Dipartimento dell'Alto  Adige e avrà come capoluogo Trento”.
Avevano fine così l'incertezza e  l'attesa di quei primi mesi. La gente riprese con nuova fiducia a riparare ed a  rifare quanto era stato danneggiato e distrutto. Furono sciolte le  amministrazioni militari, i comuni con le nomine dei nuovi podestà ripresero a  funzionare, gli organismi centrali dell'amministrazione pubblica cominciarono ad  operare con maggior giustizia abolendo abusi e favorendo un clima di rispetto  verso il singolo cittadino.
L'unione con il Lombardo-Veneto  favorì il lavoro dei commer­cianti e degli artigiani. L'abolizione dei pedaggi e  dei dazi incrementò nelle valli l'agricoltura, l'allevamento del bestiame e dei  bachi da seta. Fu intensificata ogni coltura, compresa quella della patata. La  gente della montagna riprese con lena il suo accanito lavoro con la bonifica di  zone boscose e con la costruzione di murature sui pendii, per trattenere la  terra e assicurare maggior fertilità alle piante.
Lentamente si stava risalendo,  quando “il 23 giugno arrivarono alla canonica molti avvisi in istampa, col  decreto di S. Maesta Napoleone che accorda nuovamente il perdono ai disertori e  ai coscritti refrattari che sono fuggiti prima del 1806, purché ritornino e si  presentino avanti il 25 del prossimo luglio. Si cominciò a sussurrare che possa  essere imminente la coscrizione. Da tutte le parti correvano a Tione giovani e  putte per avere il permesso di maritarsi ... ma a quelli dell'eta di 19- 20 e 21  anni, ai nati nel 1789-90 e 91 fu negata la licenza”. Purtroppo ciò che si  paventava divenne triste realtà: qualche settimana dopo giunse l'ordine della coscrizione. “ ... Si fece  la leva militare dei nati nel 1786-87-88 e 1789. Fu tenuta a Riva del Garda con  estremo disagio dei coscritti e degli assistenti (consoli, di solito N.d.A.)  rinchiusi in chiesa per ben dodici ore e senza poter uscire ne per mangiare ne  per bisogni naturali”.
Non era ancora la fine delle  tribolazioni: per il momento le più angosciose erano ristrette alle famiglie dei  richiamati nell'esercito del Regno d'Italia.
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