La Vandea italiana - libro - - Il mondo degli Schuetzen

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La Vandea italiana - libro -

Andreas Hofer
Andreas Hofer visto da Massimo Viglione- tratto dal suo libro La Vandea Italiana)
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Il Tirolo, che comprendeva le attuali province del Trentino e dell’Alto Adige, dopo la pace di Presburgo (1805) venne ceduto dall’Austria a Napoleone che l' assegnò all’alleata Baviera. Il Tirolo cadde così in mano al governo massonico degli Illuminati che in breve tempo sovvertì le antiche istituzioni e perseguitò in tutti i modi la Chiesa. Alla ripresa della guerra nell’aprile del 1809 tutto il Tirolo insorse. Malgrado l’Austria fosse costretta, dopo pochi mesi, ad un armistizio, i Tirolesi di lingua italiana e tedesca guidati da Andreas Hofer, oste della Val Passiria, che nel frattempo era stato scelto quale Comandante supremo, continuarono nella lotta e sconfissero l’esercito francese che dovette sgombrare l’intera regione. Abbandonato al proprio destino dopo la pace di Schönbrunn(ottobre 1809) il Tirolo venne investito da un intero Corpo d’armata francese e, malgrado una disperata resistenza, dovette capitolare. Hofer si rifugiò con i familiari in una baita di montagna ma, tradito da un compaesano, fu condotto a Mantova e, per ordine di Napoleone, processato e fucilato il 20 febbraio 1810.
Andreas Hofer ha combattuto solo in difesa della sua patria, che era l'Impero austriaco (fino a tre anni prima il millenario Sacro Romano Impero), e della fede cattolica. A prova di ciò stanno i suoi proclami, le sue parole, le sue lettere, la sua morte. Riguardo a questo personaggio la migliore definizione l'ha data, a nostro giudizio, Francesco Mario Agnoli, nel titolo di un libro a lui dedicato:

"Andreas Hofer, eroe cristiano".

Proprio in quanto eroe cristiano, meglio, cattolico, il suo significato, la sua persona, il suo operato, acquistano un valore che travalica la meravigliosa terra del Tirolo, per coinvolgere tutti coloro che in Andreas Hofer si riconoscono, in fede, in idee, in spirito. Per questo ci onoriamo di porlo nel nostro lavoro sulla Contro rivoluzione italiana; perché con lui hanno combattuto e sono morti migliaia di italiani, ma soprattutto perché, come ogni vero eroe, Hofer non ha confini, neanche quelli delle meravigliose montagne tirolesi, ma è universale. Vale a dire, appunto, cattolico.
Scrive Carlo Botta:
«Il giorno stesso in cui l'Arciduca Carlo aveva passato l'Oeno, e l'Arciduca Giovanni le strette di Tarvisio, i tirolesi mossi da una sola mente e un solo ardore, si levarono tutti improvvisamente in armi, e diedero addosso alle truppe bavare e francesi, che nelle terre loro erano poste a presidio. Fecero capo al moto loro un Andrea Hofer, albergatore a Sand nella valle di Passira. Non aveva Andrea alcuna qualità eminente, dico di quelle, alle quali il secolo va preso: bensì era un uomo di retta mente e di incorrotta virtù. Vissuto sempre nelle solitudini dei tirolesi monti ignorava il vizio e i suoi allettamenti. I parigini e i milanesi spiriti, anche i più eminenti, correvano alle lusinghe napoleoniche; povero albergator di montagna perseverava Hofer nell'innocente vita. Allignano in ordinario in questa sorte di uomini due doti molto notabili, l'amore di Dio e l'amore della Patria: l'uno e l'altro risplendevano in Andrea. Per questo la tirolese gente aveva posto in lui singolare benevolenza e venerazione. Non era in lui l'ambizione. Comandò richiesto non richiedente. Di natura temperatissima, non fu mai veduto, né nella guerra sdegnato, né nella pace increscioso, contento al servire od al principe od alla famiglia. Vide vincitori insolenti, vide pacifici tugurj, vide lo strazio e la strage dei suoi: né per questo cessò dall'indole sua moderata ed uguale: terribile nella battaglia, mite contro i vinti, non mai sofferse che chi le guerriere sorti avevano dato in sua potestà, fosse messo a morte; anzi i feriti dava in cura alle tirolesi donne, che, e per sé, e per rispetto di Hofer gli accomodavano di ogni più ospitale servimento. Distruggeva Napoleone le patrie altrui, sdegnoso anche contro gli amici: difendeva Hofer la sua, dolce anche contro coloro che la chiamavano a distruzione e a morte»
Chiarito subito con chi abbiamo a che fare (e si tenga presente che Botta non è mai tenero con gli insorgenti), vediamo in breve gli eventi.
Raramente, nella storia della Controrivoluzione italiana, il movente religioso è stato determinante come lo è stato in Tirolo e nelle Alpi in genere. Basti pensare che lo Hofer, in un suo editto, scriveva:
«Considerando che i benefici di Dio ci obbligano alla gratitudine verso di Lui, e che le calamità ed i pericoli ci eccitano ad evitare ciò che potrebbe provocare contro di noi la giustizia punitrice di Dio; considerando che anche la società civile può e deve cercare, con tutti i mezzi che sono in suo potere, d'impedire o preveni­re tutto ciò che spinge al vizio, che può e deve togliere gli impedimenti alla virtù ed assicurarne e facilitarne l'esercizio e che in ciò concorda la grande maggioran­za della Nazione tirolese...».
Così Hofer vietò canti e balli nelle osterie eccetto nei casi di matrimonio, proibendone l'apertura durante gli uffici divini; ordinò perfino che si cercasse la paternità dei figli illegittimi. "La concordia, nel Tirolo, non poteva essere più grande, e quella nobile esaltazione allontanava dal mal fare, dall'immoralità", scrive il De Castro. La rivolta contro i franco-bavaresi cominciò nei primi di aprile del 1809, quando la neve non era ancora sciolta.
Sulle montagne si vide uno spettacolo strano, ma in realtà non inusuale in quegli anni incredibili, in tutte le montagne italiane, specie in quelle appenniniche: centinaia di fuochi brillavano sulle rocce solitarie, mentre per le vallate echeggiava il grido della insurrezione. Questa durerà fino al febbraio dell'anno seguente, quando Andreas Hofer sarà fucilato.  

Come per tutti gli altri eventi e protagonisti dell'Insorgenza, non possiamo raccontare i fatti, riportare gli atti di eroismo, di abnega­zione, o di crudeltà. Ci limitiamo a trascrivere qualche altro giudi­zio sull'Hofer, per comprenderne meglio lo spirito, e a raccontarne la fine. Sappiamo che a volte troppe citazioni possono turbare la scorrevolezza della narrazione, ma invitiamo di cuore il lettore a leggerle, con attenzione, perché, bisogna ammetterlo, le parole del Botta, in tale frangente, riescono davvero insostituibili:
«Adunque la nazione tirolese, al suo antico signore badando, ed avendo a schifo la signoria nuova, uomini, donne, vecchi e fanciulli, da Andrea Hofer ordinati e condotti insorsero, e dalle più profonde valli, e dai più aspri monti uscendo, fecero un impeto improvviso contro i Bavari, ed i Francesi. Assaltati in mezzo a tanto tumulto i Bavari a Sterchinga, e Inspruck, a Hall e nel convento di San Carlo, non poterono resistere, e, perduti molti soldati tra morti, e cattivi, deposero le armi, erano circa diecimila, in potestà dei vincitori rimettendosi. Né miglior fortuna incontrò un corpo di napoleoniani, Francesi e Bavari, che in soccorso degli altri arrivava, sotto le mura di Vildavia.
Quindi quante squadre comparivano alla sfilata o degli uni o degli altri, tante erano sottomesse dai sollevati. Né luogo alcuno sicuro, ne' ora vi erano per gli assalitori; perché da ogni parte, e così di notte come di giorno, i tirolesi, uscendo dai loro reconditi recessi, e viaggiando per sentieri incogniti siccome quelli, che ottimamente sapevano il paese, opprimevano allo improvviso gli incauti napoleoniani. Fu questa una guerra singolare e spaventosa; conciossiaché al romore delle armi si mescolava il rimbombo delle campane, che continuamente suonavano a martello, e le grida dei paesani sclamanti senza posa: in nome di Dio, in nome della Santissima Trinità. Tutti questi strepiti uniti insieme, e dall'eco delle montagne ripercossi facevano un misto pieno di orrore, di terrore e di religione. Queste erano le voci di una patria santa ed offesa. Chi con le carabine trapassava da lontano i corpi degli offenditori, chi con sassi sparsamente lanciati li tempestava, chi con enormi massi strabalzanti gli ammaccava. Hofer, composto in volto, e torreggiante per l'alta e forte sua persona in mezzo a' suoi, e solo da loro conosciuto per lei, non per l'abito conforme in tutto a quello dei compagni, appariva ora incitante contro gli armati, ora raffrenante verso gli inermi, uccisore ardentissimo di chi resisteva, difensore magnanimo di chi si arrendeva. Dovunque e quandunque andava, era una volontà sola per combattere, una volontà sola per cessare, e più poteva l'autorità del suo nome in quegli animi bellicosi, che in soldati ordinatissimi l'uso della disciplina ed il timore dei soldateschi castighi. I fanciulli fecero da adulti, i vecchi da giovani, le femmine da uomini, gli uomini da eroi, né mai più onorevole e giusta causa fu difesa da più unanime e forte consenso».
Perfino la loro onestà verso il nemico era totale, cavalleresca, cristiana:
«Più volte combattuti dai francesi, dai sassoni, e dai bavari, più volte batterono; e più volte anco battuti, più volte risorsero. Vinti, si ritiravano nelle selve impenetrabili, ai monti inaccessibili; vincitori, inondavano le valli, e furiosamente cacciavano il nemico. Vinti, erano trattati crudelmente dai napoleoniani; vincitori, trattavano i napoleoniani umanamente; e siccome gente religiosa, vinti, con segni di grandissima divozione pregavano dal cielo miglior fortuna alla patria, vincitori, coi medesimi segni li ringraziavano. E furono visti, dopo di aver superato con incredibile valore i soldati di Lefevre, e restituito a libertà coloro che si erano arresi, scorrente ancora il sangue, e presenti i cadaveri
dei compatrioti e dei nemici, gittarsi tutti al punto stesso, dato il segno da Hofer coi ginocchi a terra, ed in tale pietosa attitudine tra lacrimosi e lieti, rendere grazia a Dio dell'acquistata vittoria. Echeggiavano i monti intorno dei divoti e allegri suoni mandati fuori da religiosi e forti petti. Infine sottentrando continuamente genti fresche e genti uccise, abbandonati da tutto il mondo, anzi quasi tutto il mondo combattendo contro di loro, cessarono i tirolesi, non dal volere, ma dal potere, e nei montuosi ricetti loro ricoveratisi aspettavano occasione, in cui più potesse la virtù che la forza».
Andreas Hofer aveva cominciato la sua guerra a capo di 400 insorti in Val Passiria, ove era stato nominato "Comandante Supremo delle Milizie"; aveva conquistato con uno stratagemma Vipiteno, e quindi era arrivato fino a lnnsbruck. Riportò quindi una grande vittoria contro i bavaresi a BergIsel, consolidando le sue conquiste territoriali, tanto che il 15 agosto fu nominato "Comandante Superiore per il Tirolo" (il brigante!). Dopo la battaglia di Wagram, con la pace di Vienna l'Austria si arrese a Napoleone. I tirolesi avrebbero dovuto sospendere ogni resistenza; ma così non fu.
Essi seguirono tutti il loro capo e l'insorgenza continuò più feroce di prima. Alla fine Napoleone inviò due eserciti, cinque battaglioni e due squadroni contro i tirolesi, per chiudere definitivamente la questione. Hofer voleva arrendersi per evitare altre stragi inutili; ma fu impedito. A Bolzano i francesi massacrarono 300 donne che erano insorte armi in pugno. Egli interruppe allora una guerra troppo impari, ma non volle fuggire come stavano facendo molti dei suoi uomini. Si rifugiò nella sua Val Passiria, nella Malga Mahder sull'Alpe di Pfandler a 1350 metri, con la moglie Anna, il figlio Giovanni ed il fedele amico e segretario Gaetano Sweth, detto "Doninger".
Per giorni fu sfamato, protetto, nascosto da centinaia di montanari che lo invitavano ripetutamente a fuggire. Infine fu tradito da un certo Haffel, che ne svelò il nascondiglio. Il Gen. Baraguay d'Hilliers mandò 1.000 soldati ad arrestarlo, e altri 2.000 a tener calme le popolazioni. Il 18 gennaio 1810 Hofer fu preso; non fuggì, si limitò solo a chiedere di non toccare la moglie e i bambini.
Con lui arrestarono anche un giovinetto, che lo volle seguire fino all'estremo supplizio. Napoleone lo voleva morto, e nemmeno il fidanzamento con Maria Luisa d'Austria gli fece cambiare idea (sarebbe stato un buon "dono" propizio al suo futuro suocero, l'Imperatore). Perfino il Viceré d'Italia Eugenio fece di tutto per evitare questo ennesimo assassinio, sia invitando ripetutamente ed inutilmente Hofer a ritrattare tutto e a chiedere perdono, sia pregando l'Imperatore di dimostrare, almeno una volta della pietà per qualcuno, specie nei confronti di un eroe che aveva combattuto per la sua Fede e il suo Sovrano. Ma da chi aveva fatto assassinare il Duca di Enghien nel modo che tutti conoscono v'era poco da sperare; nemmeno il giorno in cui si imparentava col più nobile sangue del mondo. Napoleone diede ordine di fucilare Hofer in ventiquattr'ore, e così fu fatto. Andrea ascoltò tranquillo la sentenza, benedì i prigionieri tirolesi inginocchiati in lacrime, non volle essere bendato, e con voce ferma e sicura, ma senza spavalderia, ordinò egli stesso il fuoco. Era il venti febbraio 1810, e, prima di morire, aveva gridato ai suoi: "Il Tirolo tornerà sotto Francesco".
Va ricordato, ad onore dei mantovani, che essi spontaneamente indissero una colletta per riscattare il prigioniero, e giunsero a raccogliere fino a 5000 scudi, ma non vi fu nulla da fare. Nulla per lui, il più fedele e eroico dei sudditi, fecero gli Asburgo; anzi, mentre Andreas veniva fucilato, Napoleone si fidanzava, tra il tripudio dei viennesi, con Maria Luisa d'Austria. Tra le varie tele famose che rappresentano la vita di questo martire della Controrivoluzione, bellissime sono le due del pittore Defregger che lo ritraggono nell'attimo dell'estremo saluto ai suoi compagni, in ginocchio davanti al loro capo. Ricordiamo, fra questi, su tutti, l'eroico padre Haspinger, monaco veramente di altri tempi, e Joseph Speckbacher e Peter Mayr, anche lui fucilato. I mantovani deposero la salma nella chiesa di San Michele; quindi, nel 1823, essa fu traslata ad Innsbruck, nella Hofkirche, insieme alle tombe degli Imperatori Asburgo. Haffel, il traditore, morì in miseria, nascosto, tormentato dal rimorso, a Monaco di Baviera.
Chiudiamo riportando il suo testamento, la sua ultima lettera scritta proprio il 20 febbraio ad un suo amico; niente come questa lettera può schiacciare, è il termine esatto, le menzogne della nostra storiografia, tanto da non far sembrare del tutto illecita o azzardata l'ipotesi di un Andreas Hofer "Servo di Dio":
«Carissimo fratello la volontà di Dio è che io passi qui a Mantova dalla vita all'eternità; che Dio sia benedetto per la sua divina grazia che mi rende la morte così facile come se mi portassero in qualche altro luogo (e non all'esecuzione). Dio mi concederà fino all'ultimo la grazia di poter giungere colà dove la mia anima potrà essere felice in eterno con tutti i santi, dove pregherò Dio per tutti e particolarmente per quelli ai quali sono più debitore, anche per Lei e la Sua carissima moglie per il libricino (di preghiere) e le altre opere buone. Anche tutti i buoni amici che qui ancor vivono devono pregare per me, per togliermi dalle fiamme ardenti se dovessi scontare ancora il Purgatorio.
La mia carissima ostessa mi farà dire le messe a San Martino nel Santuario del Preziosissimo Sangue. Alla Messa dovranno essere invitati gli abitanti delle due parrocchie (di San Leonardo e San Martino) e agli amici si dovrà dare durante il banchetto funebre nell'osteria di sotto (del nipote Giovanni Griner) minestra e carne più mezza misura di vino.
Il denaro che avevo con me l' ho diviso tra i poveri. Prendi di quel che resta ancora (in Passiria) quanto ti occorre fino a quando potrai parlare con Hans Mayr. Lui parlerà sicuramente alla gente anche del denaro per i poveri. per il resto fai tu i conti con loro, più onestamente che puoi, affinché io non debba espiare in Purgatorio.
Caro signor Phuler, vada per me e esponga la faccenda all'oste di sotto a San Martino, Lui darà certo disposizioni. Non parli però con nessuno di queste cose; si faccia dare 50 fiorini e in più (il rimborso) di tutte le spese.
State tutti bene in vita finché ci ritroveremo in cielo e vi loderemo Dio fino alla fine. Tutti gli abitanti della Passiria e i miei conos
centi mi ricordino nelle loro preghiere. Che l'ostessa non si addolori troppo, io pregherò Dio per tutti voi. Addio, mio mondo infame, la morte mi sembra così facile che gli occhi non mi si bagnano.
Scritto alle ore cinque di mattina, e alle nove con l'aiuto di tutti i santi farò il mio viaggio verso Dio.
Mantova, li 20 febbraio 1810

Il tuo in vita amato Andreas Hofer di Sand in Passiria. Nel nome del Signore comincerò il viaggio con Dio! Fatelo sapere anche a Morandell».

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