Cronistoria giudicariese 1796 - Il mondo degli Schuetzen

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"Uomini e genti Trentine durante le invasioni napoleoniche  1796 - 1810"
di prof. mons. Lorenzo Dalponte - Edizioni Bernardo Clesio Trento anno 1984

12) Cronistoria giudicariese 1796

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A completamento di quanto è stato finora narrato e per conoscere meglio l'ambiente ed il tempo in cui operarono le compagnie del Dal Ponte e di tanti altri Capitani, si passa ora ad esaminare più da vicino e con maggior ordine quanto avvenne dal 1796 al 1810 nelle Valli Giudicarie, che per prime conobbero le amare conseguenze delle invasioni francesi. L'esame delle cronache e dei resoconti dell'epoca, distribuiti anno per anno, aiuterà a leggere gli avvenimenti con maggior chiarezza e forse a riviverli in qualche particolare. Fu un susseguirsi di eventi, di miserie, di sofferenze singole e generali, che per 14 anni sconvolsero gravemente la vita delle popolazioni.
Nella tarda primavera del 1796 grossi reparti dell'armata imperiale austriaca, sconfitta più volte ed assai duramente da Napoleone nella Pianura Padana, si ritirarono in disordine verso i confini meridionali del Tirolo arrestandosi nelle zone di Dolce e della Chiusa di Verona, nell'estremo tentativo di ostacolare l'accesso alle valli. Ad alcuni battaglioni, rinforzati da reparti d'artiglieria, fu affidata la sponda destra dell'Adige, fino al Garda e alle Giudicarie.
In questa zona, e precisamente in quel di Arco, il Governo di Innsbruck inviò il Maggiore Stebele con l'incarico di raccogliere circa 600 bersaglieri e di fortificare maggiormente i passi nella zona del Lago d'Idro. Si cominciava a temere seriamente l'invasione. Già alla fine di maggio molti trentini e rendenesi, che erano nei dintorni di Valeggio sul Mincio “a pelare i morari, furono all'improvviso spettatori di una scaramuccia tra Francesi e Austriaci e allora fuggirono tutti spaventati o senza cappello o senza scarpe e senza mercede” e tornarono ai loro paesi.
Erano giunti dalla Francia anche nelle valli giudicariesi profughi di tutte le categorie che per ragioni politiche o religiose avevano scelto l'esilio pur di non prestare il giuramento prescritto dalla Convenzione Nazionale. Le notizie che recavano si diffondevano rapidamente e mettevano paura.
L'allarme d'un pericolo imminente si propaga lungo il confine e, su ordine della Deputazione di Difesa di Bolzano, si iniziarono speditamente i lavori più urgenti di difesa.
II 22 maggio arrivarono a Riva del Garda 400 soldati austriaci e presero quartiere nella Rocca. Negli stessi giorni s'accamparono nella zona una compagnia giudicariese di 100 uomini e una di Lavis; 40 volontari di quest'ultima, sotto il comando del Capitano Carlo Luigi Sebastiani, chiesero ed ottennero il permesso di essere impegnati con i regolari imperiali anche oltre i confini.
I paesi erano in agitazione, quasi nel terrore, e basta nella zona d'Arco un falso allarme, come è già stato detto, perché la gente fuggisse sui monti a grande precipizio.
Solo che né le Deputazioni di Difesa e meno che meno le popolazioni avevano previsto le conseguenze di una clamorosa sconfitta dell'esercito austriaco, obbligato ad abbandonare o a distruggere i magazzini di sostegno nella pianura Padana e a ritirarsi entro Le valli della roccaforte trentina, spingendo avanti a se una lunga carovana di soldati feriti e ammalati, bisognosi di ogni cura. Furono ben presto consumate le scorte di viveri presenti nei depositi sia governativi che privati, dislocati lungo le strade percorse, e lo spettro della fame minaccia esercito e popolazioni.
“Il maggior nostro travaglio fu la carestia dei viveri, mentre non si poteva aver polenta da nessuna parte”, scriveva il notaio Ongari nel giugno 1796, a poche settimane dall'inizio delle ostilità.
Pareva che dovesse incombere in poco tempo una catastrofe totale ed inevitabile.
Se la situazione non divenne tragica, lo si dovette alla “macchina organizzativa” che, per quei tempi, ha quasi del miracoloso. All'esercito e alle popolazioni del Tirolo Meridionale, che avevano un estremo bisogno di granaglie, fu provveduto facendo grossi acquisti di granoturco e di polenta nella vicina Repubblica di Venezia e facendo affluire verso le zone di confine il più rapidamente possibile ciò che c'era nei magazzini governativi di Innsbruck, di Bolzano e di Trento.
Fu intensificato il trasporto di viveri da Bronzolo fino a Sacco, sul fiume Adige. Le barche portavano viveri per le popolazioni, mentre le zattere caricavano vettovaglie e munizioni per l'armata.
Lunghe colonne di buoi e cavalli partivano con i loro carriaggi da  Innsbruck verso il Sud, carichi di vettovaglie fatte venire dall'Alta Austria e  dalla Baviera.
Per quanto riguarda Le Giudicarie, il  Commissario Barone de Moll, da Rovereto, in data 27 giugno 1796, rispondeva al  Cancel­liere di Trento, conte Consolati: “Fatto presente all'Ecc.mo governo  dell'Austria il bisogno che Le Giudicarie vengano provve­dute di farine, pane e  grano, rescrive il prelodato governo con suo decreto del 24 corr. che i  cavallari delle Giudicarie debbono essere avvertiti di portarsi presto a Trento  e parte a Rovereto per prendervi segala, e, non potendo questi pagare sul fatto,  debbono i rispettivi magistrati di Trento e Rovereto ritrarre dai medesimi le  quietanze e queste poi riportarle nel conto che saranno per presentare del grano  da essi magistrati ricercato”. Analoga comunicazione veniva spedita al  Luogotenente di Stenico ed ai Comuni.
Anche il rifornimento di fieno ed  avena per i reparti di cavalleria creò da per tutto continue grosse difficoltà,  risolte comunque volta per volta e dalla buona volontà degli incaricati alla  requisizione e dalla disponibilità dei contadini a rifornirli, perché tutto  questo non poteva accadere senza sacrifici.
Numerosi contadini, o perché  invogliati dai compensi o perché obbligati dalle minacce seguivano i reparti  austriaci e più tardi anche quelli francesi, con i loro carri, quasi sempre tirati da buoi, carichi di bagaglio, di provvigioni o  di munizioni.
II 30 giugno arrivarono dalla  Gerrnania i primi consistenti rinforzi in uomini e mezzi per l'armata imperiale  austriaca, inviati dal nuovo comandante Maresciallo Conte Dagobert Wurmser per  fronteggiare i Francesi. Con la loro presenza il fronte Sud parve più difeso e  più sicuro.
In luglio il Gen. austriaco  Quosdanovich, da Riva, attraverso la Val di Ledro e le Giudicarie, avanzò verso  Brescia con 18.000 soldati e con un'azione combinata con il Maggiore Malkamp,  comandante di 12 barconi muniti d'artiglieria e salpati da Torbole, conquistò  Salo, dove fece prigioniero un grosso reparto Francese con il Comandante Gen.  Rusca.
Per il trasporto delle vettovaglie  e delle artiglierie necessarie alle truppe in marcia verso Brescia, “furono  impiegati tutti i carri e cavalli delle sette Pievi. Caricavano pagnotte a Riva,  e le conducevano dietro le truppe fino a Storo, Idro, Barghe ed alcune fino a  Brescia andandovi insieme anche i nostri Sindaci per provvedere ad ogni  urgenza”.
Da Salò Quosdanovich fece avanzare  su Brescia il Generale Klenau, che, raggiuntala, ne travolse il presidio,  facendo prigioniero il Generale di cavalleria Murat, futuro Maresciallo  dell'Imperatore. II cronista italiano Riccobelli di Brescia, parlando delle  truppe austriache, scrisse: “Sommo era l' ardore di queste truppe·”.
Napoleone intuì il pericolo che  correva. Dapprima si buttò, con quasi tutte le forze di cui disponeva contro  Quosdanovich, e lo batté a Lonato; poi ancora a Desenzano, a Salò e Gavardo e  alla fine lo costrinse a ritirarsi nella Valle del Chiese, dietro la Rocca d'Anfo.  Poi si volse contro Wurmser e lo sconfisse il 5 agosto nei pressi di Solferino,  obbligandolo a ritirarsi verso Ala, al riparo della Chiusa di Verona. Gravi  danni ebbero molti contadini della Val d'Adige che seguivano l'armata con i  carri trasportando viveri e munizioni: persero 200 paia di buoi nella disastrosa  ritirata e a stento salvarono la loro stessa vita.
II 14 agosto i Francesi entrarono  per la prima volta nel Tirolo con il Generale S. Hilaire dalle Giudicarie  Inferiori. II suo aiutante, Gen. Sauret, dopo aver assediato la Rocca d'Anfo e  aggirato il lago d'Idro, puntò su Storo, che fu occupata dopo che la compagnia  austriaca, sistemata a difesa della borgata sul ponte di Storo, fu travolta e  fatta prigioniera. In quell'azione i Francesi incendiarono il paese di Dano  volendo punire la popolazione perché aveva suonato a stormo ed era poi fuggita.
La voce che i Francesi avevano  varcato il confine passa veloce di paese in paese. Ne da notizia 1'Ongari:
“La mattina del 13 summo mane i  Saltari di queste Comunità andarono a battere a tutte le case, avvisando la  gente, che i Francesi erano entrati nel Territorio di Condino, e che però  stessero tutti all erta per porsi in salvo; dopo si diceva, che erano giunti in  Condino la sera innanzi a 3 ore di notte, e che sul tardo erano arrivati anche a  Tione, e molti di Rendena andarono apposta a Tione per assicurarsi; ma non era  vero. Sono entrati nel Distretto di Lodrone la stessa mattina del 13; e la sera  si fermarono in Condino, ed in Bono. Lo stesso giomo fu stabilito su pubblico  Consiglio di levare i battenti da tutte le Campane, affinché non si potesse  suonare a stormo, e che ogni Casa dovesse dare alcune Libbre di pane e di  farina. Questa provianda fu mandata a Villa acciò di là in caso di bisogno  venisse poi spedita a Tione. La gente si affacendò a nasconder la roba, ed a  condur le famiglie al sicuro sui monti, massime nelle due valli di S. Valentino,  e di Borzago”.
Siccome poi gli imperiali  austriaci si erano ritirati verso Tione, i Francesi avanzarono nello stesso  giorno fino a Roncone dove bruciarono sei case perche qualcuno aveva data  l'allarme col suono delle campane ed inviarono pattuglie nei paesi della valle e  poi su, fino a Tione,  imponendo alle comunità gravose contribuzioni. Al Cancelliere del Consiglio  Aulico di Trento, Conte Consolati, così scrisse il 16 agosto il giudice Antonio  Stefano Stefanini da Tione:
“... il 12 corr. i Francesi  superata senza ostacolo la Rocca d' Anfo, sono entrati nel Principato per le  parti del Caffaro. Corsero subito sopra Storo in cui stava neghittoso un  battaglione dei nostri: lo fecero prigioniero senza alcuna resistenza e  abbandonarono la truppa al saccheggio ... leri giunse sulla piazza di Tione un  aiutante di campo francese con un distaccamento di 32 uomini a cavallo e due  ufficiali. Qui devo riconoscere che il popolo si contenne seriamente poiché non  dimostrò alcun timore all'ingresso della truppa con le sciabole sguainate e con  tromba sonante, ma non fece neppure il minimo applauso e stette, secondo le  preghiere da me fattegli, in piena indipendenza, colle porte e le botteghe  aperte, colle donne alle finestre e coi ragazzi per le strade come se fosse un  distaccamento di nostre truppe. Per mezzo mio, giacché non parlavano se non  imperfettamente italiano, annunziarono con espressione di dolcezza che  abbisognavano di viveri... Diedero ordine:
I) di consegnare in giornata da  parte dei comuni dipendenti dal capoluogo di Tione 1300 boccali di vino sincero,  numero 1400 libbre di pane peso medesimo, 10 bovi o vacche, da condurre a Storo  e consegnare al generale;
II) inoltre, come tassa di guerra,  i comuni dovevano consegnare 4 muli e 8000 lire moneta del paese ... Ai sindaci  dei cantoni di Tione, Bleggio, Banale e Lomaso si chiese di allestire la  contribuzione per il giorno seguente per evitare ai soldati francesi di passare  a estremità rincrescevoli... Dopo molte discussioni imposero ai deputati delle 3  Pievi oltre il Durone di consegnare ciascuna 40 some di frumento, 2 bovi e 3000  troni ... “
Due giorni dopo si accontentarono di 6000 troni, invece degli 8000.
Nel frattempo, lo sfascio dell'  armata imperiale in Lombardia ebbe dappertutto lungo le zone di confine, e anche  all'interno, delle ripercussioni gravissime. Scoraggiamento e paura colsero  perfino il governo centrale del Principato di Trento oltre che le popolazioni,  ed il Vescovo Pietro Vigilio, impaurito, fuggì a Passavia presso il fratello  vescovo di quella città. Pareva impossibile ormai ogni resistenza all'invasore.
Da  Storo intanto, a mezzo due inviati, il comando Francese imponeva al comune di  Riva del Garda di inviare, entro 24 ore, 10.000 razioni di pane (1000 libbre) e  400 brente di vino e di versare inoltre 8000 lire. Nell'impossibilità di  ottemperare a tale richiesta i cittadini di Riva inviarono a Storo due deputati  che ottennero alla fine una riduzione.
Torbole si rifiutò di fornire quanto richiesto e venne bombardata  da una feluca apparsa improvvisamente davanti al porto.
Le pretese dei Francesi e il loro  brutale ed esoso comportamento avevano suscitato forti reazioni in Va1  Giudicarie. I valligiani, quanto mai adirati, scongiurarono a mezzo i Sindaci i1  Gen. Wurmser di far tornare la truppa, assicurando che essi si sarebbero uniti  per cacciare i1 nemico dalla regione. Ottennero che un reparto di ussari  austriaci fosse comandato a Riva e proseguisse poi per Lardaro.
Ma il giorno 16 agosto arrivò a Storo  da Brescia lo stesso Napoleone con una scorta di oltre 30 ufficiali. Ebbe parole  di elogio per i1 Gen. Sauret, organizzò un grande pranzo con l'intervento di  tutta la ufficialità, con la quale studiò poi attentamente le carte della  regione e discusse i1 piano di conquista del Tirolo. Nel pomeriggio ripartì per  Salò e Brescia.
Il 20 agosto i Francesi si ritirarono  da Storo, benché forti di 2000 uomini, perché erano arrivati in valle gli ussari  imperiali. Prima di andarsene saccheggiarono la borgata e passando per la Rocca  d'Anfo ne distrussero le fortificazioni. II 22 ricomparvero più numerosi e  rioccuparono Storo, mentre i reparti austriaci riparavano nelle Giudicarie  Esteriori.
Al Cancelliere di Trento scrisse in  quel frangente il Luogotenente di Stenico: “ll timore cresce, la truppa  francese è arrivata a Pieve di Bono e consiste in 6000 uomini tra fanteria e  cavalleria ... La popolazione vive nella costernazione ... II colonnello  austriaco ha distribuito la ristretta sua forza in 375 uomini di fanteria e 60  di cavalleria nei posti più importanti della Bocca di Durone e a Ballino ed ha  posto picchetti all'interno delle pievi di Lomaso, Banale e Bleggio portando il  suo quartiere alle Moline di S. Lorenzo”. Due giorni dopo, in data 23  agosto, il Luogotenente comunicava ancora che “quattro soldati di cavalleria  francese sono comparsi a Stenico e tra questi un trombettiere ... Dopo un' ora  di riposo hanno proseguito il viaggio verso Le Moline del Banale perche avevano  una lettera da consegnare al Comandante di Trento a mezzo un ufficiale di stato  maggiore. Qui in Stenico non hanno fatto il minimo insulto, solo hanno voluto  fieno e biada ed hanno mangiato gratis”.
In uno scritto del 24, allo stesso  Cancelliere, i1 Giudice Stefanini da Tione riferiva che “se gli Austriaci  sapessero prendere meglio le loro misure, potevano nelle due notti che fu qui il  nemico con 150 uomini, tagliarlo fuori con tutta facilità e levargli le  ammassate contribuzioni”. E aggiungeva: “Non potei a meno questa mattina,  mentre gli ufficiali francesi facevano colazione a casa mia, di dir loro che  potevano facilmente esser caduti nelle mani del nemico se questo fosse stato più  risoluto e più intraprendente. Convennero e aggiunsero che appunto perche lo  conoscevano troppo prudente, azzardavano l'impresa, certi di riuscirvi. Per sera  mi trovai presente allorché tornò un ufficiale con un trombetta accompagnato da  due ussari che erano in cerca degli austriaci (solite astuzie di guerra per  scoprire li siti e le posizioni!) e racconto che lì scoprirono vicino alle  Moline ... Siamo in una lacrimevole situazione, i Francesi esigono continuamente  da mangiare e da bere in tempo che manchiamo di tutto, temiamo di vederli da un  momento all'altro giungere in gran copia e spogliarci di quello che ancora ci  resta, sotto gli speciali titoli di libertà e di fratellanza e di cento altre  belle frasi capaci solo di far girare il capo a chi lo ha troppo leggero”.
Tre giorni dopo lo Stefanini  segnalava nuovamente a Trento che non era in grado di precisare se i Francesi  sono quattromila o ottomila. “I loro posti avanzati sono a Condino ma i  picchetti di cavalleria scorrono fino a Pieve di Bono ed esigono contribuzioni  di fieno, galline e vacche. Da Rendena hanno preteso 100 barili di vino con  ordine di spedirli a Storo con i muli. Le malghe vengono visitate e spogliate  dei prodotti lattici”.
Si era ormai alla vigilia  della grande invasione in profondità nel Trentino; e il 2 settembre Napoleone  dava ordine di entrare.
“II 2 settembre - scrive il  Notaio Ongari - crebbe il nostro timore perché arrivarono di nuovo a Tione 5  mille Francesi; e giunse anche subito l'ordine che volevano da Rendena pane e  vino; e poco dopo nuovo espresso che volevano di Contribuzione troni 3 mille, e  si dovette anche sborsarli subito, perché avevano nelle mani come ostaggio il  D.no Giuseppe Cantonati di Villa ex Sindaco, che imprudente ha voluto portarsi a  Tione. La sera verso notte si ebbe la nuova che i Francesi erano andati tutti  per Durone. II 4 di mattina i Francesi sloggiarono dal Bleggio e dal Lomaso dopo  aver molto rubato e sono andati tutti improvvisamente a Riva. Ma da Bono e da  Condino non sono partiti mica tutti insieme perché anche al 5 fu un continuo  passaggio per il Durone e rubare”.
Difatti, da Storo, le truppe  francesi agli ordini del Gen. Vaubois si aprirono la strada verso il Nord e  attraverso i passi del Durone e di Ballino, scesero su Riva del Garda e su  Torbole e poi marciarono verso Nago e Loppio spingendo all'indietro i soldati  austriaci. Arco fu occupata e alla comunità fu imposto il pesante contributo di  6000 fiorini. I villaggi poi  lungo il cammino dei Francesi furono oggetto d'un sistematico saccheggio.
La loro marcia verso Trento veniva  nel frattempo osservata da pattuglie di dragoni austriaci e da compagnie di  bersaglieri che erano di presidio all'imbocco della Val Rendena e che si  ritirarono verso Madonna di Campiglio e la Val di Sole quando giunse notizia  dell'arrivo a Trento delle prime colonne francesi.
II 5 settembre infatti il Generale  Massena entrò vittorioso a Trento e qualche ora dopo arrivò anche il Generale  Supremo, Napoleone Bonaparte. Questi, pur fermandosi un sol giorno, nel quale  svolse un'intensa attività sia nel predisporre nuovi strategici movimenti alle  sue truppe, sia nel dare direttive per il governo della città e del Principato,  emanò un ordine del giorno ch'é un documento di per sé tristemente eloquente di  quanto le popolazioni giudicariesi e trentine ebbero a soffrire in quelle  giornate:
Il Generale in campo si lamenta dei disordini e del  saccheggio commessi dalla divisione del generale Vaubois lungo la strada di  Storo. Si lamenta pure del saccheggio e dei disordini di ogni genere commessi  dalla divisione del generale Massena a Trento e nei dintorni. II Generale in  capo ordina che il suo proclama ai tirolesi sia letto sul fronte di ciascuna  compagnia, e che i valorosi dell'armata d'Italia si conformino alle disposizioni  che esso contiene, in riguardo al popolo tirolese. I generali devono aver  ricevuto ieri delle copie del proclama, che senza dubbio, essi hanno fatto  distribuire alle truppe. I generali di divisione faranno punire i  saccheggiatori, in conformità dello ordine del generale in capo dato al  principio della campagna. II generale in capo, avendo proibito che qualunque  vettura segua l'armata nelle gole del Tirolo, ha fatto bruciare quella d'un  ufficiale dell'artiglieria leggera, il quale non si era regolato secondo questa  disposizione”.
In quello stesso giorno, 6 settembre  1796, Napoleone nomina il Gen. Vaubois Comandante della Piazza di Trento, di  Riva e Torbole, il quale nelle settimane seguenti, di settembre e di ottobre, su  espressa richiesta di Napoleone, faceva appendere i suoi proclami nelle città e  nei villaggi rivolgendo agli abitanti l'invito a tornare alle loro case.
Fu resa nota anche una minacciosa intimazione per la consegna di  ogni arma e per la requisizione di rilevanti quantitativi di carne, pane, vino e  scarpe, necessari alle truppe d'occupazione. Nelle Valli Giudicarie giunse poi  l'ordine ad ogni parrocchia di mettere a disposizione 15 paia di buoi con carro  e relativi accompagnatori per il trasporto di fieno e di biade requisite verso  gli accampamenti delle truppe.
Il che non avvenne in realtà, perche  i Francesi, come altrove è già state riferito, si trovarono ben presto in grosse  difficoltà militari nel far fronte alle truppe regolari austriache e alle  numerose compagnie di bersaglieri tirolesi. Già a metà ottobre furono obbligati  ad abbandonare la bassa Valsugana, perché non erano in grado di resistere agli  attacchi delle compagnie provenienti dalla zona di Primiero che premevano dalle  montagne sulla valle. Anche sulle colline di San Michele e sulle alture di Palù  di Giovo e su per la Valle di Cembra fino a Segonzano e Sover, che erano le  punte più avanzate delle conquiste francesi, ogni tentativo di sfondare per  penetrare verso la Val di Fiemme fu respinto con gravissime perdite. II giorno 2  novembre 1796 rappresenta una data storica: in quel giorno, una brigata francese  forte di 2800 uomini, divisa in due colonne, una per l'altopiano di Pine e  l'altra da Sevignano, si mosse per prendere tra due fuochi Segonzano, punto  strategico per un'ulteriore avanzata, ma fu fermata e costretta a retrocedere  con gravi perdite.
Alla fine di ottobre il Gen.  austriaco Barone Loudon partì con la sua truppa da Cles ed attraverso Andalo e  Molveno entrò in Val Giudicarie, mentre un suo colonnello, Doller, con un  reparto di cavalleria, da Spormaggiore e per Fai, attraverso la Valmanara,  occupava Terlago e costringeva un battaglione francese, dopo uno scontro a  Cadine, a ritirarsi verso Trento. Contemporaneamente un'avanguardia inseguì le  pattuglie francesi da San Lorenzo di Banale verso Ballino e, scesa ad Arco il 4  novembre, fece prigionieri alcuni ufficiali francesi. II 6 novembre, mentre in  Val d'Adige per due giorni infuriava la battaglia di Calliano, nella valle del  Sarca il Gen. Loudon faceva marciare da Arco verso i confini meridionali la sua  brigata in tre colonne: le prime due, attraverso il Monte Porino e il Monte  Della Mezza, dovevano spingere i Francesi verso Loppio e Mori, la terza aveva il  compito di avanzare sulla sponda destra del Sarca alla conquista del Monte  Brione e di occupare poi il porto di Torbole.
Questa colonna venne a trovarsi sotto  il tiro dei fucilieri francesi che, per difendere Torbole, avevano  precedentemente distrutto il ponte e si erano trincerati sulla sinistra del  fiume Sarca e sulle alture di Nago, sostenuti dal tiro di alcune loro cannoniere  sistemate su grossi barconi, feluche, ancorati nel porto di Torbole.
In aiuto della terza colonna in  difficoltà accorsero gruppi di contadini della zona che furono provvisti di  armi, tolte in parte ai francesi caduti, dal Capitano Rogla e dal suo Tenente  Anton Tenig della compagnia di Caldaro. Altri contadini aiutarono la truppa a  trasportare cinque cannoni al di la del Sarca e a portarvi munizioni e  accessori.
Con questi cannoni furono  affondati due barconi nel porto di Torbole e ridotte al silenzio le cannoniere.  Reparti austriaci riuscirono a ricostruire in fretta i1 ponte, tanto che i1 Col.  Doller, che era arrivato da Cadine, via Vezzano, poté far passare cavalleria e  fanteria ed occupare Torbole impossessandosi anche delle cannoniere.
In un esposto al Comando militare, il  Col. Doller ebbe espressioni di lode e di ammirazione per i contadini del Basso  Sarca. Cinque di essi, che si erano maggiormente distinti per coraggio e  disprezzo del pericolo, Andrea Alberti, Stefano Fava, Andrea Gioppi, Antonio  Zucchelli di Torbole, e Felice Martinelli di Arco, furono decorati con la  medaglia d'onore della nazione tirolese. Anche le compagnie di Lana, Mezzocorona  e Spor, con quella di Caldaro, si distinsero in quest'operazione per coraggio e  spirito di sacrificio.
L'8 novembre i1 Gen. Loudon passò per  Tione con altri reparti delIa sua brigata, liberò dai Francesi le Valli  Giudicarie e si spinse con le avanguardie oltre la Rocca d'Anfo.
Al riguardo il cronista Ongari così  commenta : “Agli 8 novembre passò per Tione verso le valli Bresciane il Gen.  Loudon con circa 10 milIa uomini, parte Cavalleria, parte Fanteria, parte  Cacciatori, e parte Croati, provenienti da Riva, Rovereto, e Trento, dopo aver  scacciato i Francesi da tutto il Trentino. Il 9 siamo stati all'udienza, dopo  una vacanza di due Mesi, e ne ho veduti anch'io molti acquartierati e nelle Case  e ne' Campi, sì a Tione, che a Bolbeno, Zuclo e Giuggiado. Là si sentì, che nel  cacciarli fuori dal Tirolo, vi sono restati 4 mille Francesi morti, e 2 mille  prigionieri; là vi sono restati anche molti Tedeschi. I Francesi sono entrati in  Trento il 5 settembre, e sono partiti il 5 novembre, dopo esserne stati in  possesso due mesi in punto. Da Trento sono partiti senza aspettare l'attacco  degli Austriaci, ma a Castel Beseno, Besenello, e Calliano, hanno fatta  resistenza, seguirono molte zuffe, e fu sparso del sangue assai”.
Per due mesi il Tirolo resta libero.  Nella seconda metà di novembre e all'inizio di dicembre 1796 furono richiamate a  casa dalle zone meridionali le ultime compagnie di bersaglieri tedeschi e  sostituite da quelle trentine. In questo periodo, il Conte von Graff ebbe al suo  comando 6 compagnie per la difesa di Riva e della Val di Ledro, mentre altre 7  compagnie, agli ordini del Conte d'Arsio, restarono impegnate per la difesa  delle Giudicarie Inferiori e del passo del Tonale.
La cronistoria di questo  avvicendamento, tracciata dal notaio Ongari, corrisponde fedelmente agli atti  conservati negli archivi di Innsbruck.
Il 13 novembre provenienti da Bono passarono per lo Spiazzo tre milla austriaci soldati a  piedi, con cavalli, bagagli, tende, pignatte circa 23 ore, andando verso  Campiglio, Tonale, Valcamonica; e la notte giunsero anche 120 Bersaglieri con  tamburo, pernottarono in Fisto, ed a Spiazzo ed il 14 di mattina proseguirono il  loro viaggio verso Campiglio. Il 14, circa Le ore 20, passa un altro corpo di  Bersaglieri Tedeschi, in numero di 70, vestiti di panno bigio pepe  e sale, e senza punto fermarsi  proseguirono il loro viaggio verso Pinzolo. Alle ore 23 passarono altri 90  Cacciatori tirolesi Tedeschi col loro Capitano e Tenente, che avevano una bella  bandiera bianca e verde, e suonavano Tamburo e piffero, e questi alloggiarono in  Fisto. II loro Capitano era un Conte, Heedl; ed il giorno dopo andarono verso  Campiglio. In seguito tutti questi Bersaglieri hanno proseguito i1 loro viaggio  per Val di Sole. II 25 novembre, proveniente da Val di Sole, e da Pinzolo passò  di qui verso Tione, e Pieve di Bono una nuova Compagnia di Bersaglieri Nonesi, e  Solandri, comandata dai due fratelli Stanchina di S. Zeno uno Capitano e l'altro  Tenente, composta di 150 uomini.
II 26 passò in giu altra  Compagnia di Bersaglieri Tedeschi, cioé Badioti; e dopo mezzodì arrivò qui da  Tione altra Compagnia di Bersaglieri Nonesi, e Solandri, col suo Capitano,  Bandiera, Tamburo, numerosa di 250 uomini, che avendo terminato il loro tempo  ritornavano al loro paese, e proseguirono il loro viaggio.
II 5 dicembre partì da qui  verso Tione la Compagniadel Dott. Cavoli di Pinzolo, composta di 120 uomini  senza gli Uffiziali, tutti di Rendena, ed altri 20 uomini di Val di Sole, con  tamburo e pifferi, e la sera andarono a Condino; aveva come Primo Tenente il  Sig. Antonio Viddi Monarchin, e come Sotto Tenente i1 Sign. Notaio Gio. Brutti  di Strembo ...“.
Dagli atti archiviali dell'epoca  risulta che per gli avvicendamenti erano al completo i quadri di altre sette o  otto compagnie di volon­tari trentini, ma che a queste mancavano armi. C'era  tanta volontà e decisione di opporsi a nuove invasioni in tutti gli strati della  popolazione.
A Rovereto il 23 novembre, in un incontro di responsabili per la  difesa dei confini, deputati giudicariesi dichiararono che le loro valli erano  decise per l'insurrezione generale qualora i1 nemico tentasse ancora di  invaderle. II 5 dicembre, fiduciari delle zone da Brentonico alla Valle di Ledro  si incontrarono nuovamente a Riva per decidere opportune misure in caso  d'invasione. A metà dicembre ventinove compagnie  di cacciatori trentini, per un totale di 3600 uomini, erano allineate lungo il  confine. In Val Giudicarie stazionavano su piede di guerra due compagnie  giudicariesi agli ordini dei Capitani Zorzi Marco di Stenico e Santuari Domenico  di Montesover; due altre compagnie erano in Val Rendena con il Cap. Dott. Cavoli  di Pinzolo e quella del Cap. Levri di Fiave, nella quale militavano bersaglieri  delle Giudicarie Superiori e della Rendena. Nel basso Chiese si avvicendavano le  compagnie dei Capitani Maffei di Sarnonico, Torresani di Cles, Vecchietti  Francesco di Male, De Pretis di Cagnò, Gili Luigi di Brez.
Nella zona di Riva e in Val di Ledro rimasero sotto il  Comando Superiore del Col. von Graff le compagnie Guella Carlo di Riva, Betta Giuseppe di Trento, Fiorentini di Strigno, Baroni  di Rovereto-Sacco, Belluti del Banale, Fedrigoni di Folgaria.
Con l'inizio del dicembre 1796 la  stagione invernale si fece crudissima. A tutti i reparti in linea si dovettero  procurare grossi quantitativi di legna da ardere, di paglia e materiale  d'illuminazione. Furono fatti arrivare viveri dal Tirolo del Nord, speck, burro,  carne e grano, con trasporti che costarono enormi sacrifici anche agli uomini,  perche una violenta afta epizootica semina strage tra gli animali da tiro.
Ciò nonostante, 10.000 bersaglieri,  militanti nelle varie compagnie, prestarono servizio con regolare  avvicendamento: un numero rilevante in proporzione alla popolazione di poco più  di 200.000 abitanti. Contemporaneamente altri 1.000  zappatori-pionieri erano impegnati nella costruzione di nuove trincee sulle  alture di Brentonico, a Serravalle e ad Ala.
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